Le sezioni della Certosa e Museo di San Martino

Per la realizzazione della Certosa di San Martino, fondata nel 1325, fu chiamato l’architetto e scultore senese Tino di Camaino. Dell’impianto originario restano i grandiosi sotterranei gotici, una rilevante opera d’ingegneria

Il Cortile Monumentale


Ubicato all’ingresso della Certosa il Cortile monumentale è uno spazio molto ampio dove si può ammirare lo sperone della sagoma stellare di Castel Sant’Elmo e la facciata della Chiesa. L’aspetto attuale di quest’ultima è frutto dell’intervento realizzato, alla fine del Cinquecento, dall’architetto Giovanni Antonio Dosio, cui seguì, agli inizi del secolo successivo, l’intervento di Cosimo Fanzago che movimentò la classica superficie della facciata con raffinati paramenti in bardiglio e marmo bianco.

 

La Chiesa


Nel grande cortile si apre il pronao d’accesso alla chiesa, una sorta di ‘museo’ della pittura e della scultura napoletana dal Seicento al Settecento. Le cappelle, ai lati della navata, sono rivestite da preziose tarsie marmoree, particolarmente raffinate nella cappella dedicata a San Bruno, fondatore dell’Ordine certosino, opera di Cosimo Fanzago. La volta, che conserva la primitiva struttura trecentesca, viene dipinta da Giovanni Lanfranco (1637-40): in una gloria di luce dorata è raffigurata l’Ascensione di Cristo. Nella cappella di San Martino, nel 1754, Giuseppe Sanmartino realizza la Fortezza, la Carità e i quattro gruppi di cherubini, sculture che nella loro grazia e raffinatezza mostrano le doti di un’artista d’eccezione.

La zona del presbiterio è preceduta da una fantasiosa, balaustra di marmi, pietre preziose e bronzo dorato realizzato nel 1761. L’altare maggiore (1705),mai ultimato nella versione definitiva, è in legno dorato e dipinto a perfetta imitazione del marmo. Nel coro, le grandi tele alle pareti vengono commissionate ai più grandi artisti del XVII secolo: Guido Reni, Massimo stanzione, Jusepe de Ribera, Battistello Caracciolo. Nella sagrestia monumentale, gli armadi in noce (1587-1600) sono rivestiti di tarsie lignee, realizzate da artisti fiamminghi e napoletani. La Cappella del Tesoro, infine, con autentici capolavori quali la Pietà di Ribera (1637) sull’altare, e, nella volta, il Trionfo di Giuditta (1704) di Luca Giordano.

 

Sotterranei gotici

I sotterranei costituiscono i suggestivi e imponenti ambienti delle fondamenta trecentesche della Certosa, una edificazione che iniziò nel maggio del 1325 per volere di Carlo, duca di Calabria, figlio del sovrano Roberto d’Angiò.
Un’opera di ingegneria possente ed elegante, con una successione di pilastri e volte ogivali a sostegno dell’intera struttura certosina, nei lunghi corridoi e negli slarghi sono esposte le opere in marmo della Sezione di sculture ed epigrafi. Una raccolta che si è formata attraverso acquisti, lasciti, donazioni, cessioni e depositi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.
L’esposizione comprende circa centocinquanta opere in marmo, distribuite nei vari ambienti secondo un ordine cronologico (dal medioevo al XVIII secolo) ma rispettando anche i contesti di provenienza.
Tra le sculture in marmo, le opere più rilevanti di epoca trecentesca, si segnalano: il sarcofago di Beatrice del Balzo, ricavato dal reimpiego di una vasca romana del II-III secolo d.C., il frammento di una Figura femminile giacente (forse Maria di Valois) della bottega del grande scultore-architetto senese Tino di Camaino, la cosiddetta Madre di Corradino (forse Maria di Borgogna, moglie di Carlo I d’Angiò o più probabilmente una Santa Caterina d’Alessandria), e una lastra a rilievo raffigurante La Morte e Franceschino da Brignale (1361), singolare ex-voto allegorico costruito sul contrasto tra il senso dell’attaccamento alla vita e l’ineluttabilità della morte.Tra le opere del Quattrocento sono da segnalare la doppia lastra tombale, raffigurante padre e figlia, della famiglia de Miro (1413), di fattura e di disegno ancora trecenteschi e, per la prima metà del Cinquecento, la splendida Madonna col Bambino di cultura raffaellesca.
La visita ai sotterranei si conclude con un capolavoro di uno tra i principali protagonisti della scultura europea del Settecento: l’imponente e languido San Francesco d’Assisi (1785-1788 circa) di Giuseppe Sanmartino e con un’Allegoria velata (forse una Modestia), scolpita probabilmente dal suo allievo Angelo Viva che evoca le celebri sculture della Cappella Sansevero.
Non meno significativa è la raccolta epigrafica, un archivio di pietra che testimonia con le sue iscrizioni fatti di vita urbana quotidiana , pagine di storia della città attraverso i secoli.

 

Sezione Navale

Nei vecchi ambienti completamente ricostruiti, occupati già dalla fine del secolo XIX dalle imbarcazioni reali in deposito dalla Regia Marina, la sezione navale ha il suo punto di forza, oltre che nell’importanza storica delle testimonianze che espone, proprio nel particolare aspetto dei due grandi ambienti che la compongono. Questi, pur nel pieno rispetto delle più avanzate tecnologie museali, evocano direttamente gli ambienti di un antico arsenale. La prima e più maestosa opera, che già nel 1874 si decise di trasferire al Museo di San Martino, è la Lancia reale a 24 remi dell’epoca di Carlo di Borbone, costruita, nel quarto decennio del Settecento, dalle maestranze dell’arsenale di Napoli, decorata con una ricca opera d’intaglio in oro ed in seguito dotata di un baldacchino con l’allegoria dell’Agricoltura, dipinta da Fedele Fischetti tra il 1772 ed il 1784.
Una serie di modelli di cantiere in scala, originali e databili tra la fine del secolo XVIII e la metà del secolo XIX, documenta le tipologie di navi, varate dai cantieri di Napoli e Castellammare di Stabia –dalle lance cannoniere e barche bombardiere, i cosiddetti legni leggeri, utilizzati per la difesa costiera, alle fregate ed alle corvette del naviglio pesante, da combattimento ed alle più tarde pirofregate e pirocorvette a vapore -che fecero della ‘Marina da guerra’ borbonica, una delle potenze navali nel Mediterraneo. Altra superba Lancia Reale, sistemata nel secondo salone, è quella a 14 remi appartenuta ad Umberto I di Savoia, realizzata nel 1889, con eleganti rifiniture dorate, a tema marino, e baldacchino con stemma sabaudo.
Allo stesso periodo appartengono anche i modelli delle corazzate Umberto I e Margherita di Savoia. Sul soppalco, a cui si accede attraverso una rampa, dal secondo salone – espediente che consente anche al visitatore di osservare meglio dall’alto le imbarcazioni- è esposto il Caicco donato dal sultano Selim III a Ferdinando IV di Borbone, straordinaria imbarcazione turca della seconda metà del secolo XVIII, decorata da raffinati arabeschi. Nelle vetrine del secondo salone e del soppalco è conservata, inoltre, un’importante campionatura di armi bianche e da fuoco appartenute alla Armata di Mare, di strumenti nautici, dagli antichi astrolabi arabi del secolo XII ai più moderni ottanti.

 

Farmacia-Spezieria dei Monaci

Inaugurata nella primavera del 2005, dopo complessi lavori di restauro la ‘Farmacopea’ o ‘Spezieria’ della Certosa.
Di essa troviamo tracce nelle guide locali a partire dal 1692, per le cure mediche che venivano riservate non solo ai bisogni interni della comunità conventuale, come imponeva la Regola, ma anche al pubblico esterno.
Nella volta della Farmacia, Paolo De Matteis eseguì, nel 1699, l’affresco con San Bruno che intercede presso la Vergine per l’umanità inferma, che, dopo i lavori di restauro, ha ritrovato l’originaria luce dorata.

 

Sezione Presepiale

Il Museo Nazionale di San Martino costituisce la principale raccolta pubblica italiana dedicata al ‘presepe napoletano’, tipica produzione che ha raggiunto i più alti vertici di qualità tra Sette e Ottocento. La sezione presepiale, ubicata nella zona dove erano le cucine dell’antica Certosa, ruota intorno al grandioso presepe Cuciniello, ambientato in una finta grotta, e dotato di un impianto di illuminazione che simula l’alternarsi di alba, giorno pieno, tramonto e notte. Il presepe prende nome da Michele Cuciniello, il collezionista che donò allo Stato la sua raccolta di circa ottocento tra ‘pastori’, animali e accessori, e che volle personalmente seguire la messa in scena ed il montaggio dell’intero presepe, inaugurato nel 1879.
Accanto a questa composizione, cui è legata la fama del museo soprattutto all’estero, sono venuti aggiungendosi nel corso degli anni altri nuclei, fra i quali ricordiamo almeno il presepe Ricciardi, con un magnifico corteo di Orientali. Eccezionale è poi il lascito dell’avvocato Pasquale Perrone che nel 1971 affidò al Museo di San Martino la sua raccolta di ben 956 oggetti di grandissima qualità, taluni montati e tuttora racchiusi nelle caratteristiche vetrine, dette “scarabattoli” con le scene tipiche della Natività, dell’Osteria e dell’Annuncio ai Pastori. Alcune vetrine sono dedicate in particolare alle figure di animali, di straordinario realismo, ed alle tante “nature morte” di vegetali, generi commestibili e suppellettili varie, perfette riproduzioni in miniatura degli oggetti reali.
A completamento della Sezione, recentemente sono stati inserite negli stessi ambienti le testimonianze di figure presepiali precedenti alla più nota produzione settecentesca, che mostrano l’evolversi nel tempo dell’arte di “fare il presepe”, con pezzi unici come la trecentesca Vergine puerpera in legno o le figure superstiti del grandioso presepe già nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, opera quattrocentesca degli scultori Pietro e Giovanni Alamanno.

 

Ottocento Napoletano

Della prestigiosa e consistente raccolta dei dipinti del XIX secolo (circa 950 dipinti), nella Sezione Ottocento – allestita negli ambienti dell’antica foresteria della Certosa- sono esposte alcune delle opere che hanno contribuito a rendere la collezione tra le più rappresentative del secolo XIX.
La grande raccolta che fonda il nucleo delle origini del museo, secondo gli orientamenti documentari indicati da Fiorelli e Spinazzola, a cui contribuirono le acquisizioni “moderne” per il Real Museo Borbonico trasferite in certosa dalla fondazione del museo nel 1866 (Salvatore Fergola, La mostra industriale nella Sala Tarsia o Odoardo Fischetti, La presa di Capri), si accrebbe di numerosi acquisti tra cui l’intera collezione Vonwiller con dipinti di Netti, Cammarano e Gigante, ma anche la serie dei dipinti commissionati a Vincenzo Migliaro per documentare i luoghi trasformati dal Risanamento.
Ancor più consistenti furono le donazioni, segno del grande interesse dimostrato dalla borghesia intellettuale della città, in quei decenni di passaggio tra i due secoli, alla costituzione di un museo che raccogliesse le testimonianze più significative della cultura figurativa anche contemporanea. Tra queste va certamente segnalata quella dei fratelli Paolo e Beniamino Rotondo, che costituirono una collezione formata grazie agli stretti legami con alcuni artisti che frequentavano il circolo culturale promosso dalla famiglia.
Al nucleo di opere raccolte per costituire la collezione di testimonianze dei maggiori avvenimenti storici, si aggiunse un importante tassello che documenta le tendenze della diversificata cultura figurativa della città: Morelli, Dalbono, Michetti e De Nittis, ma anche Mancini e Gemito. Le successive acquisizioni del secondo e terzo decennio del XX secolo (Bianchi del 1914, Eredi Mattej e Ferrara Dentice del 1929, Gamberini del 1932) completano la collezione che può vantare una esaustiva panoramica dell’attività che diede a Napoli un posto di rilievo nel panorama della produzione artistica del secolo: dalla pittura accademica di inizio Ottocento con retaggi settecenteschi, agli albori del paesaggismo sviluppato in direzione della Scuola di Posillipo sino all’eclettismo di inizio Novecento.
L’attuale ordinamento recupera il progetto avviato dal soprintendente Bruno Molajoli intorno alla metà del secolo scorso, e propone la divisione tra raccolta di dipinti di soggetto storico, esposta nel percorso di Immagini e Memorie, e opere della Sezione artistica, allestita negli ambienti dell’antica foresteria del convento certosino. In questi luoghi, dopo un’introduzione che rende omaggio ai fratelli Rotondo con ritratti dipinti da Morelli e Michetti, si prosegue verso gli ambienti occupati dalla pittura dal vero con gli esordi della Scuola di Posillipo e dei suoi sviluppi, rappresentati da opere, tra gli altri, di Pitloo, Gigante, Vervloet, Carelli e Duclere.
Altre sale illustrano la pittura napoletana legata all’Accademia di Belle Arti e alla forte influenza esercitata da Domenico Morelli, a cui è dedicata una intera sala; seguono alcuni ambienti dedicati alla ricerca della Scuola di Resina (De Gregorio e Rossano). La pittura di fine Ottocento è rappresentata dai maggiori artisti che ereditano la tradizione del XX secolo -Antonio Mancini, Michetti, Dalbono – e, rinnovandola, aprono al nuovo. Lungo il corridoio alcune vetrine espongono opere plastiche della scuola napoletana di scultura rappresentata dal maestro Vincenzo Gemito di cui sono presenti diverse opere in terracotta.

 

Chostro dei Procuratori

Il Chiostro dei Procuratori, realizzato alla fine del Cinquecento da Giovanni Antonio Dosio, presenta una elegante struttura in pure linee classiche con al centro un pozzo seicentesco decorato da mascheroni.
Sulle pareti una raccolta di stemmi, provenienti da palazzi napoletani, ricorda le trasformazioni avvenute alla fine dell’Ottocento per risanare la parte bassa della città.

 

Refettorio e Chiostrino

Nel 1656 Cosimo Fanzago, dopo più di trent’anni di lavoro presso la Certosa, per controversie sorte con i monaci, decide di abbandonare tutti i lavori in corso. E’ per questo motivo che alcune sue opere successivamente vengono riadattate o riutilizzate in altri contesti, è il caso della splendida Vasca a becco di civetta sistemata un secolo dopo dal Regio Ingegnere Nicola Tagliacozzi Canale nel chiostrino adiacente il Refettorio. Secondo quanto prescritto dalla Regola certosina i Padri sostano nel percorso dal Parlatorio al Refettorio affinché l’acqua che sgorga dal lavamano purifichi sia il corpo sia l’anima. Durante i pasti, infatti, i Padri ricevono nutrimento materiale ma anche spirituale attraverso le Sacre Letture.
Nicola Tagliacozzi Canale operò un significativo ammodernamento secondo le nuove tendenze del gusto rococò sull’originario impianto tardorinascimentale del chiostrino, rielaborando l’elegante apparato decorativo e sistemando sotto l’atrio la splendida conca marmorea opera di Cosimo Fanzago, completata da Biase Cimafonte con stucchi e due colonne in breccia.

 

Quarto del Priore

Il Quarto del Priore è l’appartamento della guida spirituale della comunità certosina; comprendeva anche sale di rappresentanza, dove erano ricevuti gli ospiti di maggior riguardo. Nelle stanze erano esposti i dipinti della celebre collezione della Certosa. La ‘Quadreria’ del monastero è confiscata dai francesi nel 1806 e neglianni successivi il patrimonio viene disperso.
Testimonianza delle antiche collezioni sono le tavole di Jean Bourdichon con la Madonna e il Bambino, Crocifissione e Santi, e gli sportelli del trittico di un ignoto pittore ispano-fiammingo, dell’ultimo quarto del secolo XV, con i ritratti in vesti di re magi, del re Roberto d’Angiò e del figlio Carlo di Calabria. Nell’ambiente che un tempo era cortile aperto ora è esposto uno dei capolavori della statuaria dei primi anni del Seicento: la Vergine con Bambino e san Giovannino di Pietro Bernini.

 

Immagini e Memorie

Le sale situate nell’ala est e nord della Certosa raccontano con immagini e oggetti la storia di Napoli dal Quattrocento all’Ottocento, dalla monarchia angiona e aragonese al vicerame spagnolo, al regno dei Borbone, fino all’Unità d’Italia, in parallelo con lo sviluppo urbano della città, ben documentato dalla cartografia. La città è anche scenario di avvenimenti drammatici: Piazza Mercato, luogo della rivolta di Masaniello (1647), il Largo del Mercatello ricordo della terribile epidemia di peste del 1656, il Rendimento di grazie per la scampata peste commissionato dai certosini, tutti ritratti sullo sfondo della veduta della città, opere di Domenico Gargiulo.
Nel XVII secolo Gaspar van Wittel ritare Napoli con strumenti prospettici e padronanza di mezzi pittorici, seguito da Antonio Joli, che illustra nei dipinti anche aspetti della vita quotidiana e di Corte, dal raffinato Jacques Volaire, fino alle atmosfere romantiche e alle riprese realistiche degli artisti dell’Ottocento, documento degli ultimi eventi della monarchia borbonica e della città postunitaria. Accanto alle raffigurazioni della città, i ritrati dei re di casa Borbone, insieme ad una documentazione più minuta, realizzata nelle tecniche più varie (porcellane, miniature, monete, cere), relativa ai sovrani ed alla Corte, selezione della mole di ‘ricordi storici’ che, fin dalle origini, costituisce uno dei tratti più caratteristici del Museo.

 

Gabinetto Disegni e Stampe

Il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe del Museo di San Martino, con i suoi circa sedicimila fogli, si pone per qualità e quantità accanto alla collezione del Museo di Capodimonte. Il patrimonio grafico, proveniente da varie collezioni, forma una raccolta centrata soprattutto su alcuni filoni.
Citiamo i disegni di architettura, di Vanvitelli in primis e poi di Antonio Niccolini (più di novecento fogli che comprendono anche le scenografie per il Teatro di San Carlo), i disegni di figura dei secoli XVII e XVIII e quelli di veduta di Giacinto Gigante e della cosiddetta Scuola di Posillipo (in gran parte giunti con la raccolta della famiglia Ferrara Dentice), i nuclei più legati alla tradizione legale (come le tante vedute alla gouache). Nè va dimenticato il fondo di stampe, tra cui vanno annoverate le fondamentali cartografie di Napoli, i fogli dei più vari ambiti italiani e stranieri del XVII e XVIII secolo, le raccolte di ritratti e soggetti storici napoletani.

 

Sezione Teatrale

La sezione mette in mostra dipinti, sculture, disegni, stampe, fotografie e cimeli, prevalentemente ottocenteschi, che illustrano temi della scenografia napoletana della prima metà dell’Ottocento, aspetti della vicenda architettonica del Teatro San Carlo, e la scena petitiana del Teatro San Carlino. A testimonianza della varietà di linguaggi inclusi nella messinscena teatrale, vi si alternano ritratti di musicisti, attori, drammaturghi e scenografi: Giovan Battista Pergolesi, Luigi Lablache, Domenico Chelli, Domenico Cimarosa, Vincenzo Bellini, Saverio Mercadante, Giuseppe Cammarano, Antonio Petito, Eduardo Scarpetta, Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo.
Sin dai primi decenni dell’istituzione del museo, con l’acquisizione, tra altre opere e documenti, del settecentesco Ritratto di Domenico Cimarosa di Francesco Saverio Candido, del Ritratto di Eduardo Scarpetta nelle vesti di Felice Sciosciammocca di Augusto Fabri insieme al Plastico rappresentante il Teatro San Carlino in demolizione, cominciò a prendere forma una raccolta di opere riguardanti il teatro napoletano che avvalorava il ruolo del teatro nel costume dei napoletani. Nel 1899 veniva acquisito il Modello al vero della Scena del teatro San Carlino ‘coi relativi personaggi nell’atto che eseguono una commedia popolare’, costruito per la Mostra d’arte Drammatica nell’ambito dell’Esposizione Nazionale di Torino del 1898.
La continuità delle acquisizioni rendeva sempre più significativa la raccolta, costituendo nel tempo un patrimonio di interesse storico-teatrale: nel 1901 si procedeva all’acquisto della collezione denominata ‘Archivio San Carlo’, prezioso corpus grafico che testimonia dell’attività di scenografo e architetto teatrale Antonio Niccolini. Il Fondo Niccolini è costituito da quasi un migliaio di fogli, tra cui disegni per scenografie, di progetti e di decorazioni per il Teatro San Carlo, incluso l’album con il Piano della Nuova Fabbrica da erigersi all’ingresso del Teatro San Carlo, progetto per il nuovo teatro elaborato nel 1809.
Con l’acquisto, nel 1909, del fondo relativo alla famiglia Cammarano – i cui esponenti furono pittori, attori, commediografi, musicisti – il museo si assicurò la maschera in cuoio e il ritratto di Giancola, il celebre Pulcinella capostipite della famiglia, attivo nella seconda metà del Settecento. La stagione petitiana del San Carlino è bene illustrata dalle grandi fotografie colorate di attori, impresari e commediografi del teatrino, donate nel 1914: le immagini propongono soprattutto attori e attrici della Compagnia di Antonio Petito nei loro ruoli di caratteristi, buffi, generici, amorosi, servette, Pulcinella, ed essendo corredate dei titoli delle commedie corrispondenti, costituiscono un prezioso repertorio della gestualità teatrale e dei costumi popolari partenopei della metà del XIX secolo.
Il percorso della sezione si chiude con una saletta dedicata al drammaturgo e interprete del ‘900 Raffaele Viviani: dipinti e sculture che ne rendono il temperamento, foto di scena con i personaggi ispirati al mondo della strada, e una fotografia dello scultore Gemito che modella la testa dell’attore, simbolo della relazione esistente tra le arti figurative e quelle teatrali.

 

Androne delle Carrozze

L’androne collega il Chiostro dei Procuratori con i giardini della Certosa, prendendo la sua denominazione dalle carrozze che vi sono esposte. La più antica, la Carrozza della città, fu realizzata in legno dorato ed arricchita da dipinti e pregiati tessuti tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, su ordine del Tribunale di San Lorenzo, per trasportare gli Eletti della Città; veniva utilizzata per le cerimonie ufficiali, come le processioni del Corpus Domini, e uscì per l’ultima volta nel 1861. La Berlina di corte appartenne invece alla regina Maria Cristina di Savoia ed è databile tra fine Settecento e inizi Ottocento.
Durante i lavori di riordino museale del 1886, curati da Alberto Avena, l’ambiente fu pavimentato e coperto; nella stessa occasione furono collocati alle pareti gli Stemmi di provenienza reale e vicereale. Alcuni di questi provengono dalla Porta Medina, distrutta nel 1873, e giunsero a San Martino nel 1889; lo Stemma dei Borbone delle Due Sicilie, fregiato del collare dell’Ordine di San Gennaro, proviene dalla porta d’ingresso di Castel Nuovo. Sul lato sinistro dell’androne si conserva la Colonna della Vicaria, originariamente collocata all’ingresso di Castel Capuano, e dinanzi alla quale nel XVII e fino al XVIII secolo venivano esposti ed umiliati i debitori insolventi, come si vede nel celebre dipinto di ignoto del Seicento Il Tribunale della Vicaria esposto nello stesso Museo.

 

Arti Decorative

L’esposizione nella sezione dedicata ai manufatti d’arte decorativa comprende le raccolte storiche del Museo (le donazioni Bonghi, Savarese, Ricciardi, Ruffo di Bagnara): maioliche, porcellane, vetri, specchi e oggetti preziosi come l’avorio o il corallo, dal XVI al XIX secolo. Di particolare rilievo è il monumentale gruppo del Carro di Apollo. Tra le porcellane della Fabbrica di Capodimonte (1741-1759), pezzi pregiati come la Tabacchiera a conchiglie di mare.
La maggior parte delle porcellane è di provenienza francese, decorate poi a Napoli da Raffaele Giovine, con vedute della città e del Regno o con figure con costumi popolari. Una sala è dedicata alle maioliche di Castelli, dal caratteristico repertorio figurativo bliblico, mitologico o allegorico. Seguono la collezione dei biscuit della Real Fabbrica della Porcellana di Napoli (1771-1806) e la raccolta di vetri, che comprende la produzione di Murano a partire dal secolo XV.

 

Museo dell’Opera

Comprende le testimonianze materiali della vita della Certosa, le immagini e i ricordi dei personaggi che vi hanno vissuto in secoli di storia. Da notare i ritratti dei Priori, tele raffiguranti santi e fondatori dell’Ordine, oltre a episodi della vita certosina, il grande plastico del duca di Noja con la Certosa e Castel Sant’Elmo, pavimenti, marmi e maioliche. Nella sala dedicata a Cosimo Fanzago, massimo artefice dei mutamenti nel corso del XVII secolo sono esposti vari marmi, fra i quali i due Putti reggimensola per la facciata della chiesa, rimasta incompiuta, balaustrini originari del cimiterino nel Chiostro Grande, infine l’Autoritratto marmoreo dell’artista (proveniente dalla guglia di San Gennaro). Quadri ottocenteschi di Gigante, Vervloet e Carelli, documentano la vita della Certosa poco prima della definitiva soppressione.

 

Il Giardino delle Donne

La regola della clausura imponeva che le donne non potessero entrare nella Certosa. Ad esse era pero’ destinata una chiesa “esterna”, con un giardino adiacente. A conferma di cio’, durante il restauro e’ venuto alla luce, nell’angolo nord-est, un vano di accesso alla sacrestia. Gia’ nel plastico settecentesco del Duca di Noja tale spazio appare parzialmente occupato da corpi aggiunti, in particolare in corrispondenza della scala interna; il rilievo del 1812 restituisce una situazione caratterizzata, relativamente al lato ovest, da un doppio ingresso al cortile, corrispondente alle due arcate ora rese visibili, e dal medesimoambiente addossato al vano scala. Lungo il muro di cinta ad est risultano inoltre ben evidenti sia la nicchia affrescata, oggi restaurata, che il vano di comunicazione con la sacrestia della Chiesa, tuttora tompagnato.
Le trasformazioni avvenute a partire dagli inizi di questo secolo hanno causato il definitivo degrado sia della vegetazione che delle strutture murarie, cui sono state addossate ulteriori superfetazioni in corrispondenza del prospetto ovest e della scala adiacente, resa peraltro illeggibile dalla presenza di tompagnature e dell’antistante arcone di rinforzo a quello gia’ esistente, a sua volta unica traccia superstite dell’aggiunta settecentesca.
La demolizione di tali aggiunte ha reso possibile il recupero dell’originaria configurazione dell’intera facciata, del sottile arco che la collega al muro di cinta, e del prospetto, lievemente arretrato, della scala.
La sistemazione del verde segue l’antica impostazione dei giardini certosini: a integrazione delle piante esistenti (un ciliegio, due peschi, un enorme gelsomino rampicante, un fico, un lauro e un tiglio) sono state aggiunte ortensie bianche e celesti, una siepe di gelsomino lungo il muro della chiesa, siepi di viburno e un altro lauro.

 

Scala e Giardini

La grande inventiva di Cosimo Fanzago trova una soluzione felicissima anche per la scala di accesso al giardino pensile del Padre Priore, la cosiddetta scaletta a calicò, formata da una doppia rampa che si ricongiunge e si separa nuovamente creando un gioco di spirali che si rincorrono.
Anche qui l’artista gioca con il chiaroscuro alternando l’uso di pietre di due colori e aprendo profonde nicchie sul fronte.



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Ultimo aggiornamento

23 Marzo 2021, 00:00