Le collezioni nel Museo Duca di Martina

Piano Seminterrato: la Sezione Orientale
La collezione di arte dell’Estremo Oriente, ricca di circa duemila pezzi, si colloca come una delle più importanti a livello nazionale e internazionale. Costituita per lo più da porcellane cinesi e giapponesi, vede anche la presenza di consistenti nuclei di smalti cloisonné, giade, pietre dure, lacche e bronzi. Nella seconda metà dell’Ottocento, Placido de Sangro, duca di Martina, acquista, fra Parigi, Londra e Napoli, porcellane e altri oggetti orientali per lo più giunti sui mercati europei tramite le Compagnie delle Indie Orientali. Il gusto collezionistico che orientò gli acquisti di porcellane orientali da parte del duca di Martina è da mettere in stretta relazione con le scelte da lui operate nel campo delle porcellane occidentali, rivelando una spiccata preferenza per quelle tipologie di oggetti che, riscuotendo maggior successo in Europa, si imponevano come modelli per le grandi manifatture di porcellane europee.

Piano Terra: maioliche, vetri, smalti, avori
L’importante raccolta di maioliche è esposta al piano terreno del museo e comprende ceramiche ispano-moresche decorate a lustro della manifattura di Manises, maioliche rinascimentali di Deruta, Gubbio, Faenza, Palermo ed ancora maioliche seicentesche di Castelli di Abruzzo. Al piano terra sono inoltre esposti vetri di Murano, cristalli di Boemia, smalti di Limoges, oggetti in avorio di diverse epoche nonchè cofanetti, chiavi, posate ed ambre baltiche.

Primo Piano: le porcellane europee e la raccolta Sbriziolo-De Felice
Il primo piano del Museo è interamente dedicato alle porcellane di manifattura europee; vi spiccano per importanza, qualità e numero dei pezzi, le raccolte della manifattura sassone di Meissen, delle manifatture borboniche di Capodimonte e di Napoli, e di quella del marchese Ginori a Doccia, oltre che il gruppo delle porcellane francesi, che comprende quelle a pasta tenera di Chantilly, Rouen, Saint Cloude e Mennency, nonché una bella raccolta di Sèvres. Sono ancora esposte al primo piano le collezioni di porcellane delle manifatture di Vienna e delle maggiori fabbriche tedesche. Inoltre, nel corso dei lavori di riallestimento, ultimati nel 2016, sono stati recuperati due nuovi ambienti: in uno sono esposte le preziose ‘galanterie’ in porcellana ed altri materiali nobili e nell’altro un cospicuo nucleo di manufatti realizzati con materiali organici, soprattutto in tartaruga, di cui gran parte proviene dalla raccolta Sbriziolo – De Felice.

 

PIANO SEMINTERRATO

Cina, smalti cloisonné
Il nucleo degli smalti cloisonnés cinesi, presente nella collezione Placido de’ Sangro è costituito da quarantotto pezzi di epoca Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911). La tecnica dello smalto cloisonné fu probabilmente introdotta in Cina da Bisanzio ad opera di artigiani musulmani durante la dinastia Yuan (1279-1368) e definitivamente assimilata dalle manifatture cinesi intorno alla prima metà del XIV secolo.
La produzione di questi smalti destinati al mercato interno è costituita, per la maggior parte, da oggetti di culto, di arredo e per lo studio del letterato.
Le forme, derivanti dai bronzi rituali e dal vasellame d’uso, e i motivi decorativi, per lo più floreali o ad animali fantastici, seguono quelle dei contemporanei modelli in porcellana, lacca e bronzo.
Popolari sono i vasi di forma arcaica, gli incensieri, i candelieri, utilizzati come ornamento in templi e palazzi, e piccoli oggetti da scrittoio. I motivi decorativi includono volute di loto, viti, maschere taotie, simboli taoisti, draghi, così come scene pittoresche.
Durante il periodo Ming (1368-1644), la tavolozza cromatica si limita a un blu turchese per il fondo, e al rosso, giallo, verde, bianco e violetto per i decori, ma, con il passare del tempo, si arricchisce di nuovi colori arrivando, nel corso del XVIII secolo, fino ad un numero di ventiquattro.
Con l’apertura delle officine imperiali a Pechino, durante il regno dell’imperatore Kangxi (1662-1722), la tecnica del cloisonné venne perfezionata e standardizzata.

Approfondimenti
Smalto cloisonné: la tecnica orientale del cloisonné consiste nel saldare o incollare con adesivi vegetali, al corpo dell’oggetto in bronzo, ottone o rame, alcune sottili liste metalliche, i cosiddetti cloisons, ricavate da fogli di bronzo, ottone o rame, seguendo un disegno eseguito con inchiostro. Gli alveoli così formati vengono riempiti di smalti colorati, applicati in polvere e fusi mediante cottura a gran fuoco (circa 700°-800° gradi). Il processo viene ripetuto più volte, dato che la pasta vetrosa tende a contrarsi durante la cottura. La superficie è infine polita con polveri molto fini e le pareti degli alveoli, rese visibili, sono quindi dorate. La lavorazione dei metalli era conosciuta in Cina già nel II secolo a.C., tuttavia, sembra che la tecnica dello smalto cloisonné sia stata introdotta dai Mongoli nel XIV secolo oppure da artigiani musulmani provenienti da Bisanzio durante la dinastia Yuan.

 

Cina, monocromi
Le porcellane monocrome occupano un posto di rilievo nella produzione cinese della fine del XVII secolo, quando, con la riapertura delle fornaci imperiali di Jingdezhen, si assiste, da un lato, al recupero di modelli desunti dai bronzi arcaici e, dall’altro, alla creazione di forme nuove.
Cina, monocromiOgni colore dell’invetriatura era destinato a una specifica committenza: infatti, se in Cina la corte preferiva esemplari dai colori più tenui quali il “fiore di pesco”, il “polvere di tè” o il “clair de lune”, in Europa, fin dall’inizio del XVIII secolo, si affermano toni accesi come il turchese e il blu con decori in oro.
A Parigi le porcellane monocrome importate dalla Cina venivano impreziosite con montature in argento o in bronzo dorato per adattarle al sontuoso gusto degli interni.
Il Museo presenta una selezione di vasellame, oggetti da scrittoio e plastiche raffiguranti divinità buddhiste e taoiste in monocromia turchese, sangue di bue e blanche de Chine.

Cenni sull’oggetto in foto
Il vaso del tipo rouleau, con corpo cilindrico e ampia bocca svasata, presenta un’invetriatura a due colori, blu e turchese, con effetti flambé e fitta craquelure su tutta la superfice. Con il termine francese flambé si indica un tipo di invetriatura in cui, durante le fasi di cottura, utilizzando diverse concentrazioni di rame sulla superficie o alternando atmosfere riducenti e ossidanti, si ottengono sulla superficie effetti di striature di colore simili a fiamme. L’effetto della craquelure, definito dai cinesi suiqi (pezzi in frantumi) o binglie (ghiaccio spezzato), era ottenuto mescolando alla vetrina un particolare ingrediente (suiyu) di natura steatica che ne favoriva la contrazione in fase di cottura. Le screpolature così prodotte potevano essere messe in evidenza sfregando sulla superficie non ancora fredda ocra rossa, inchiostro o un composto di foglie di tè.

 

Giappone, Imari
Il Giappone era noto in Europa già a partire dal XVI secolo, quando le compagnie di navigazione portoghesi iniziarono a introdurre le prime lacche, mentre la porcellana fu nota solo a partire dalla seconda metà del XVII secolo, in seguito alla crisi politica che investì la Cina Ming. La produzione di porcellana era d’altra parte iniziata solo all’inizio del Seicento, data la preferenza per il grès e la terracotta considerati più adatti alla “cerimonia del tè”.
Giappone, ImariLe prime porcellane in bianco e blu venivano prodotte nei forni sull’isola di Kyushu e nella zona di Arita come imitazione richiesta da Inglesi e Olandesi dei modelli cinesi. Dalla metà del Sei alla metà del Settecento si assiste a una reciproca influenza fra porcellana cinese e giapponese stimolata dalla competizione alimentata dalle richieste sempre più esigenti dei committenti sia europei che asiatici.
Fra le principali tipologie delle porcellane giapponesi da esportazione presenti nelle collezioni del Museo vanno ricordati il tipo Imari, cosiddetto dal porto da cui venivano spedite verso il sud-est asiatico e l’Europa le porcellane prodotte nelle fornaci di Arita, caratterizzate da una predominanza del blu, applicato sottocoperta, e di smalti rosso e oro sopracoperta, e il tipo Arita, termine con cui viene definita la porcellana bianco e blu. I motivi decorativi sono per lo più composizioni floreali, nuvole e frutti.

Cenni sull’oggetto in foto
La bottiglia, realizzata in pasta molto fine durante l’epoca Genroku (1688-1703), ha forma cilindrica con collo stretto e corto, sormontato da un coperchietto in porcellana dorata. Il corpo è decorato con carpe (simbolo di felicità) dipinte in smalti blu sotto coperta, rosso, verde e oro. Questo decoro, pressoché sconosciuto sulle porcellane cinesi, è molto frequente sul vasellame di Arita, tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo. La bottiglia, è uno dei rari esemplari che presenta una marca con un fuku (termine che indica felicità e buona fortuna) inserito in un doppio quadrato, marchio simbolico di origine cinese, ma molto frequente sulle porcellane giapponesi per tutto il XVIII secolo.

 

Giappone, Kakiemon
La porcellana policroma Kakiemon viene prodotta a partire dalla metà XVII secolo ad Arita nella provincia di Hizen, nel sud del Giappone, e decorata dalla famiglia di Sakaida Kizaemon, meglio noto con il soprannome Kakiemon, da cui la porcellana trae il nome.
Giappone, KakiemonLa bellezza di queste porcellane risiede nel corpo bianco latte e in un ornato dipinto in smalti sopracoperta i cui colori prevalenti sono il rosso arancio, simile a quello del kaki maturo, che, per l’appunto, dà il nome alla famiglia dei vasai, il verde erba e il blu azzurro. La decorazione, caratterizzata da una decisa asimmetria, presenta come motivi ricorrenti fiori, quaglie, scoiattoli, uccelli e farfalle.
La porcellana Kakiemon, di qualità superiore rispetto a quella Imari, subisce due cotture prima della smaltatura, di cui la prima per il corpo e la seconda per l’invetriatura. I pezzi venivano esportati in Europa dagli Olandesi tramite il porto di Nagasaki e riscossero grande apprezzamento tanto da essere imitati presso le maggiori manifatture di porcellane tedesche, inglesi e francesi. Il Museo Duca di Martina possiede un bel gruppo di esemplari Kakiemon, tra cui vasellame e alcune statuine tipiche di questo genere di produzione, databili fra il 1670 e il 1700.

Cenni sull’oggetto in foto
La figura di donna, realizzata in pasta non eccessivamente fine durante l’era Genroku (1688-1703), è un raro esemplare di “bijin” (modello di bellezza) in stile Kakiemon, tipologia di cui esistono rari esemplari sia in Europa che in Giappone. Queste statuine, venivano prodotte ad Arita nell’ultimo quarto del XVII secolo e due di esse sono state addirittura attribuite a Kakiemon IV (1641-79) o V (1660-91). In base a un’analisi dell’abbigliamento e dell’acconciatura, la donna potrebbe appartenere alla classe guerriera, infatti, il kimono è decorato con fiorellini in smalto rosso sparsi su un fondo geometrico in azzurro con contorni rossi. L’abito che lo copre, o uchikake, presenta crisantemi rosso ferro e motivi di corsi d’acqua color verde, azzurro e giallo profilati in nero. Anche i capelli e la cintura (obi) sono in smalto nero. La figura, nel complesso, denota il gusto sfarzoso caratteristico dell’era Genroku, in cui si conduceva una vita spensierata e lieta.

 

Cina, bronzi Qing
Oggetti in bronzo, particolarmente apprezzati in Cina per il loro valore simbolico e rituale, cominciarono a essere collezionati dai letterati confuciani nel corso della dinastia Song (960-1279). I bronzi di epoca Ming (1368-1643) e Qing (1644-1912), spesso modellati su forme e decori arcaicizzanti, erano prevalentemente utilizzati come soggetti ornamentali.
Cina, bronzi QingSvariate tecniche decorative su bronzo vennero adottate nelle officine della città di Sezhou e Nanjing: decori incisi e a rilievo, ageminatura in argento, applicazioni di pietre e lamine d’oro.
Le forme più popolari includevano grandi vasi ornamentali, incensieri, oggetti per lo studio del letterato, spesso decorati con motivi arcaicizzanti come maschere taotie o draghi, e statuine raffiguranti animali o personaggi leggendari.
I bronzi assumono in epoca Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911) un ruolo di spicco nell’ambito dell’arte di disporre i fiori, cui viene dedicato ampio spazio nei saggi sul “buon vivere”.
Oltre ai vasi da fiore, di solito abbinati in coppia, in quest’epoca si producono anche statuine di animali o figure mitologiche e piccoli oggetti da scrivania per i letterati che, molto spesso, sul fondo, recano inciso il nome del fabbro, come per esempio nell’incensiere in foto, che presenta il marchio “vecchio Shi”, uno dei fabbricanti più conosciuti.

Approfondimenti
Bronzo: è una lega di rame e stagno la cui tecnica di fusione si basa su matrici a sezioni, in argilla, sulle quali si incide la decorazione. In Cina il possesso e la gestione dei minerali necessari alla composizione del bronzo erano prerogativa esclusiva della dinastia al potere. Si racconta che l’imperatore Yu il Grande, fondatore della dinastia Xia (XXI-XVI secolo), avesse diviso il paese e ordinato che fossero fusi nove tripodi, decorati con rappresentazioni di ogni regione e portati come tributo da ogni provincia. I Cinesi pensavano che questi tripodi avessero poteri magici e allontanassero le influenze negative, perciò sono diventati il simbolo della dinastia e trasmessi alle successive.

 

Cina, Famiglia rosa
La “Famiglia rosa” rappresenta, per perfezione tecnica e abilità decorativa, il momento culminante della produzione ceramica cinese. Caratterizzata dalla prevalenza di varie tonalità di rosa e di tinte rese più opache dall’uso del bianco, è chiamata anche yancai (colori stranieri), perché lo smalto rosa, derivato dal cloridrato d’oro e di stagno, anche noto come porpora di Cassio, perché scoperto nel 1650 dal fisico olandese Andreas Cassius di Leida, fu introdotto in Oriente dai Gesuiti verso la fine del regno Kangxi (1662-1722), affermandosi pienamente nella produzione domestica e di esportazione solo a partire dalla terza decade del Settecento.
Cina famiglia rosaParallelamente all’adozione di una tecnologia straniera, l’imperatore Kangxi mantenne una politica di continuità con la tradizione, promuovendo la produzione di porcellane bianche che dalle fornaci di Jingdezhen venivano inviate alle botteghe di Canton per essere decorate in stile “famiglia rosa” e quindi esportate sui mercati europei, dove furono particolarmente apprezzate nel corso dell’Ottocento.
Nelle collezioni del Duca di Martina sono presenti svariati esemplari che ne testimoniano la varietà stilistica e iconografica: dai raffinati e più antichi pezzi “a guscio d’uovo”, cosiddetti per sottigliezza e trasparenza dell’impasto, decorati con soggetti orientali e occidentali dipinti a tinte tenui ai più tardi esemplari della seconda metà del Settecento, di maggiore spessore, caratterizzati dall’uso di tonalità di colore molto più cariche e dalla sempre maggiore influenza di modelli decorativi propri delle manifatture occidentali, espressamente richiesti dai committenti europei.

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Tipico della “Famiglia rosa” è il decoro figurativo con sinuose creature femminili ritratte in quadretti familiari con bambini o giovani servitori, presente anche al centro del piatto. Entro la ricca bordura della tesa decorata a motivi floreali risparmiati su fondo di esagoni fioriti e losanghe, è racchiusa la scena raffigurante una donna che, seduta su un largo sedile simile al tradizionale letto cinese kang e circondata da due larghe giare e da un alto sedile in legno traforato su cui poggia un vaso in bronzo contenente oggetti da scrittoio, riceve un omaggio floreale.

 

Cina, porcellane a imitazione Imari e Kakiemon
All’inizio del XVIII secolo le fornaci cinesi di Jingdezhen iniziano a produrre porcellane decorate in blu sottocoperta, rosso e oro a imitazione delle porcellane giapponesi di tipo Imari. Tali imitazioni, decorate secondo il repertorio tradizionale giapponese cui si aggiungono paesaggi fluviali, rami fioriti e composizioni che richiamano quelle della Famiglia verde, furono molto apprezzate in Europa, anche grazie alla maggiore economicità rispetto a quelle giapponesi e a quelle cinesi di Famiglia rosa e verde.
Cina, porcellane a imitazione Imari e KakiemonNello stesso periodo si producono anche porcellane che imitano lo stile giapponese Kakiemon, con l’utilizzo di tinte tenui e soggetti semplici (paesaggi, animali ecc).
Altro tipo di decorazione, considerata una variante dello stile Imari, prevede esclusivamente l’utilizzo del rosso ferro e dell’oro, ispirandosi, per la scelta dei soggetti, sia alla “famiglia verde” (draghi, scene fluviali e campestri) sia a scene di ispirazione occidentale.

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Il vaso, parte di una coppia e risalente alla fine dell’epoca Kangxi, è in pasta spessa con una copertura traslucida e priva di imperfezioni tecniche. Il corpo, con tre rigonfiamenti, presenta un lungo collo svasato all’imboccatura ove sono ancora visibili tracce di doratura. Ciascun rigonfiamento, diviso da una fascia orizzontale a rombi fioriti in blu sotto coperta e oro, è decorato con rami di peonie, crisantemi e fiori di pesco in smalti blu, rosso, verde, giallo e oro; il collo presenta un motivo di foglie stilizzate alternate in smalti blu e rosso. Stando agli studi effettuati da molti studiosi, la produzione cinese in stile Imari, va collocata nell’ultimo ventennio dell’era Kangxi.

 

Cina, decori “alla maniera occidentale”
La produzione con decori in stile occidentale risale alla prima metà del XVI secolo e coincide con l’arrivo dei Portoghesi in Cina, mentre il periodo di massima diffusione di soggetti e forme europee nelle fornaci imperiali e private si ha nel XVIII secolo con il conseguente stanziamento di compagnie di commercio occidentali nel porto di Canton.
Cina, decori alla maniera occidentaleLa creazione di prodotti destinati esclusivamente al mercato occidentale si riflette nelle scelte iconografiche più vicine al gusto e alle forme europee: sulle porcellane vengono realizzati decori a soggetto storico e mitologico, ma anche scene di interni, galanti e stemmi araldici. Molto richiesti dal mercato europeo, erano anche soggetti di commemorazione per eventi speciali e scene erotiche, mentre un’unione fra decoro europeo e stile cinese tradizionale si ottiene verso la fine del secolo nelle scene di paesaggio.
Fra il 1730 e il 1750 si diffondono decori a grisaille che attraverso il fitto tratteggio in seppia, rosso ferro o nero, rialzato da tocchi in oro, riproducevano le stampe inviate come modello dall’Europa.
La reciproca influenza fra Cina ed Europa non si limita all’introduzione di nuovi decori desunti da quelli delle porcellane occidentali, ma si estende anche alla produzione di forme non tradizionali in Oriente: teiere con manici, caffettiere e tazzine ansate, portacandele ecc.

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Il piatto, prodotto in Cina sotto la dinastia Qing e databile alla metà del XVIII secolo, presenta al centro una scena di vita privata tratta dalla stampa di Claude Duflos (1700-1786) intitolata “Le Bain”e dipinta a grisaille: una giovane donna in déshabillé, dai tratti tipicamente europei, è rappresentata sullo sfondo di un paesaggio mentre effettua la toeletta, con l’aiuto di un servo. Sulla tesa è presente una bordatura del tipo laud-und-baudelwerk caratteristica della produzione del settecento viennese di Claudius Innocentius Du Paquier.

 

Cina, periodo di transizione
Il periodo di transizione (1620-1683) vede il passaggio dalla dinastia Ming (1368-1644) a quella Qing (1644-1911) e se politicamente fu una fase di confusione, culturalmente fu una fase ricca di innovazioni.
Chiuse le fornaci imperiali di Jingdezhen, la produzione continua in quelle private che erano più libere di creare sia nuove forme che nuovi decori: la produzione destinata al Giappone, per esempio, si concentra su porcellane da utilizzare durante la cerimonia del tè.
Cina, periodo di transizioneIl Museo ospita una collezione di porcellane wucai o a “cinque colori”, caratterizzate da eleganti composizioni in blu sottocoperta e smalti sovracoperta rosso, giallo, verde, turchese e viola melanzana, e alcune porcellane del gruppo “rosso e verde”. Le iconografie, si ispirano alle opere teatrali e al mondo taoista, mentre nelle forme c’è anche qualche richiamo al mondo islamico.

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La brocca, con alto collo, esile versatoio, coperchio in argento e sottile ansa in avorio, si rifà nella forma a metalli islamici ed è databile ta il 1650 e il 1683. Il decoro presenta, oltre a motivi vegetali e floreali, due figure di Immortali, leggendari personaggi della filosofia taoista cinese, racchiusi entro cartigli simili a nuvole.

 

Cina, Famiglia verde
Durante il regno di Kangxi (1662-1722) la porcellana wucai (cinque colori) si evolve in un nuovo stile di decoro, definito, in Cina, yingcai (colori forti) e, in Europa, “famiglia verde”, dalla denominazione del collezionista francese Albert Jacquemart, il quale classificò le porcellane cinesi in base al colore dominante. La tavolozza comprende un verde brillante e traslucido, un rosso-corallo opaco, uno smalto blu e smalti di colore melanzana, giallo e nero. Le forme presentano analogie con i vasi bianco e blu e con i prototipi metallici islamici e indiani.
Particolarmente apprezzati furono i motivi tradizionali, dipinti in eleganti ed armoniche combinazioni e spesso ispirati alla pittura del periodo. Fiori e uccelli, paesaggi, animali fantastici, immortali taoisti o scene figurative tratte dal teatro popolare coprono l’intera superficie di vasi e larghi piatti, mentre fitte volute floreali o motivi geometrici arricchiscono il fondo e i bordi. Gran parte della porcellana decorata nello stile “famiglia verde” era destinata a scopi ornamentali, sebbene fossero prodotti per il mercato estero sia interi servizi da tè e da caffè sia vasellame di uso quotidiano, spesso decorati con gli stemmi familiari dei committenti europei. Una variante del decoro “famiglia verde” è costituita dalla ceramica sancai (tricolori), ispirata all’antica tradizione Tang e caratterizzata dall’applicazione di smalti giallo, verde e melanzana direttamente sulla superficie non invetriata degli oggetti. In questo stile vennero realizzate statuine umane o zoomorfe ed oggetti in miniatura per lo scrittoio del letterato. Nel 1720 iniziò una fase di declino di questa famiglia a causa dell’affermarsi di nuovi colori che attraevano maggiormente i mercanti.

Cenni sull’oggetto in foto
Il piatto è decorato, sul cavetto, da una scena raffigurante l’imperatore seduto a una scrivania e circondato da un gruppo di letterati intenti a visionare testi antichi prelevati dagli scaffali della biblioteca. Lungo la tesa, invece, compaiono otto cartigli contenenti alcune delle “cento antichità” o bogu, termine derivante da fonti sacre e profane che indica molteplici oggetti, tra cui, i più comuni sono bronzi arcaici, oggetti dello studio del letterato e strumenti musicali. Esposto nel 1865 a Parigi, presso l’Union Central des Beaux-Arts, il piatto fu assai apprezzato da Jacquemart che ne fece un’attenta recensione.

 

Cina: Bianco e blu
La porcellana “bianco e blu”, o qinghai, costituisce uno dei gruppi più popolari nella produzione ceramica cinese e nelle collezioni del Museo Duca di Martina, sono presenti oltre duecento pezzi di epoca Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911). La tecnica del decoro in blu “sottocoperta”, realizzata con l’uso di ossido di cobalto importato dalla Persia applicato al di sotto della vernice piombifera di copertura, fu perfezionata nei forni imperiali della città di Jingdezhen nel corso della dinastia Yuan (1279-1368). Ad iniziare da questo periodo Jingdezhen divenne il principale centro di produzione di porcellana cinese, destinata sia al mercato interno sia a quello estero.
Il vasellame decorato in stile “bianco e blu” venne esportato nel Medio Oriente, Sud-est asiatico, India e Giappone sin dal XIV secolo, mentre solo rari esemplari, in questo primo periodo, raggiunsero l’Europa, dove l’apice delle importazioni di “bianco e blu” si registra durante il XVIII secolo.
Le porcellane dei regni di Xuande (1426-35) e Chenghua (1465-87) segnano uno dei periodi più fiorenti della produzione per la qualità del materiale e la purezza delle forme e del decoro, in cui combinazioni di fiori e animali fantastici sono dipinti con un naturalismo sino ad allora sconosciuto.
Nel XVI e XVII secolo lo stile presenta una grande varietà di forme e decori; vasi rouleau e meiping, bottiglie, piatti, e vasellame ispirato a modelli europei ed islamici in peltro ed argento, come servizi da tè e da caffè, candelieri e kendi, sono decorati con eleganti composizioni floreali, o con rappresentazioni di paesaggi o temi narrativi tratti da romanzi durante il periodo di Transizione (1620-83). Nelle prime decadi del XVII secolo verrà esportata in Europa la cosiddetta porcellana “kraak”, caratterizzata da una serie di pannelli che si irradiano da un medaglione centrale. La produzione “bianco e blu” di epoca Kangxi (1662-1722) mostra ancora un elevato livello tecnico e un’ampia gamma di forme e decori, mentre dalla seconda metà del XVIII secolo il decoro si farà gradualmente più ripetitivo e standardizzato a causa dell’affermarsi di nuove porcellane policrome, decorate con colori molto brillanti.

Cenni sull’oggetto in foto
Il vaso denominato meiping (vaso per fiore di pruno), destinato a contenere liquidi, è uno dei più antichi pezzi della famiglia bianco e blu, databile fra la fine del periodo Yuan (1279-1368) e l’inizio del periodo Ming (1368-1644). Presenta una perfetta fusione di forma e decoro, dal momento che il coperchio modellato a testa di fenice, rifacimento occidentale in terracotta realizzato per sostituire l’originale scomparso, prosegue nella decorazione dipinta sul corpo del vaso con il piumaggio delle ali e i fiori di peonia. Tale iconografia è comune a molti vasi antichi di questa tipologia in quanto la peonia e la fenice sono emblemi di buona fortuna, prosperità e bellezza. Acquistato da Placido de Sangro presso l’antiquario napoletano Francesco Scognamiglio, fu pagato la considerevole cifra di 100 lire.

 

Cina e Giappone: giade, lacche, avori
Oggetti in giada, particolarmente apprezzati in Cina per il loro valore simbolico e rituale, cominciarono a essere collezionati dai letterati confuciani nel corso della dinastia Song (960-1279). Le giade cinesi di epoca Ming (1368-1643) e Qing (1644-1912), spesso modellate su forme e decori arcaicizzanti, erano prevalentemente utilizzate come oggetti ornamentali.
Cina e Giappone giade, lacche, avori e altri materialiLa giada, importata da Khotan nella regione dello Xinjiang era invece intagliata nelle officine imperiali di Pechino e in quelle private di Suzhou, Nanjing e Hangzhou, dove artigiani locali, muniti di speciali strumenti e polveri abrasive in grado di intaccare la durezza della pietra, realizzavano forme elaborate e intricati decori traforati “a giorno”.
Particolarmente apprezzati erano piccoli oggetti da scrittoio, come fermacarte, recipienti per l’acqua, montagne in miniatura o vasi da fiori, schermi da tavolo – utilizzati dal letterato come elemento decorativo e di solitaria riflessione – o ancora oggetti personali e ornamentali, quali tabacchiere, pendenti, fibbie e statuine, questi ultimi realizzati anche in agata, quarzo, ametista e altre pietre dure.
La lacca cinese e giapponese è stata utilizzata sin dall’epoca preistorica come vernice coprente o decorativa per oggetti rituali e di uso quotidiano in legno, bambù, metallo o pelle. Le lacche giapponesi vennero importate in Europa sin dal XVI secolo, mentre nel corso del XVIII e all’inizio del XIX si affermeranno i prodotti delle botteghe di Canton, in Cina, che raggiunsero un eccellente livello tecnico nell’arte dell’intaglio.
La produzione cinese include oggetti in lacca intagliata (diaoqi), particolarmente apprezzati per l’intricato decoro, e in lacca con motivi incisi e colmati di polvere o foglia d’oro (qiangjin) o con elaborate composizioni realizzate in madreperla (laque burgauté).
Le lacche giapponesi, come scatole da scrittoio o da incenso, inro (flaconi per medicinali) o piccoli contenitori, si distinguono per l’uso di tecniche estremamente elaborate e raffinate, quali il maki-e, in cui il disegno è realizzato con piccole particelle in oro e argento applicate alla superficie umida, il takamaki-e, caratterizzato da decori a rilievo e dorati, o il raden, con intarsi in madreperla.

Approfondimenti
Giada: con il nome di giada si indicano la nefrite yu (silicato di calcio e magnesio) e la giadeite feicui (silicato di sodio e alluminio). La nefrite si trova in Siberia e nel Turkestan Orientale mentre la giadeite proviene dalla Birmania e giunse in Cina solo nella seconda metà del XVIII secolo. La giada è un minerale di grande durezza e viene lavorata a smeriglio, ossia levigata tramite degli abrasivi: ha proprietà di riscaldarsi rapidamente e può essere sonora. La nefrite siberiana è di colore verde scuro e originariamente molti pezzi venivano ricoperti di ocra rossa che pare avesse capacità curative, inoltre fu un materiale sfruttato in Cina fin dal Neolitico per la creazione di oggetti come ciondoli, anelli, asce ecc.
Lacca: detta qi, è una resina proveniente dall’albero della lacca o Rhus verniciflua che cresce nelle zone centrali e meridionali della Cina ed in alcune zone del Sud-est asiatico. La lacca cola da incisioni orizzontali praticate sulla corteccia e viene raccolta di notte, durante i mesi estivi, in piccoli recipienti di legno. Ha un colore bianco, ma se esposta all’aria scurisce e inoltre può essere colorata aggiungendo, per esempio, il cinabro per ottenere una lacca di colore rosso. La lavorazione della lacca richiede molto tempo in quanto il composto, mescolato a cenere o ingredienti vegetali, si stende tramite un pennello in sottili strati sovrapposti, ciascuno fatto accuratamente asciugare prima della stesura di quello successivo. Una volta che gli strati si sono asciugati si passa alla lucidatura dell’oggetto e alla sua decorazione tramite incisione, pittura o rilievi. Questo materiale, conosciuto fin dal Neolitico, viene impiegato in molti modi come per la costruzione di armi o strumenti musicali.

 

Cina, tamburino Tang
Nel 1978, con la donazione del nucleo di opere di Riccardo de Sangro, pronipote di Placido, la collezione orientale del Museo viene arricchita da un pezzo unico e antico: una statuina tombale cinese, raffigurante un tamburino a cavallo, databile alla prima metà dell’VIII secolo, sotto la dinastia Tang (618-906). Il tamburino, fu acquistato a Parigi dal fratello minore del duca, Nicola, negli anni ’30 del Novecento.
Cina, tamburino TangLa statuina, prodotta nella manifattura settentrionale del Henan o dello Shaanxi, è in terracotta color camoscio, parzialmente ricoperta da invetriature al piombo colate di giallo ambra e verde mentre il tamburino, indossa un lungo abito a maniche ampie, un cappuccio invernale (fengmao) che scende sulla spalla e degli stivali. Le maniche svolazzano mentre è intento a percuotere, probabilmente con bacchette in legno andate perdute, il piccolo tamburo sistemato lateralmente accanto alle briglie.
Questo tipo di statuina funeraria o mingi, “oggetti degli spiriti o luminosi”, il cui numero all’interno delle tombe era spesso regolato da editti imperiali sulla base del rango del defunto, era frequentemente utilizzato nelle sepolture Tang, in sostituzione dei sacrifici umani e animali praticati in Cina fino a tutto il periodo Shang (1600-1100 a.C.), ed era finalizzato a rappresentare fedelmente tutto ciò che il defunto possedeva in vita. La frequenza e il realismo con cui venivano rappresentati i cavalli rivelano chiaramente la passione che tale dinastia aveva per questi animali importati, di solito, dall’Occidente.

 

PIANO TERRA

Maioliche
La collezione di maioliche del museo è costituita da un cospicuo gruppo di vasellame realizzato in Europa – per lo più in centri italiani – tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento, al quale si va ad aggiungere un interessante nucleo di ceramiche islamiche.
La sezione di ceramiche ispano-moresche è costituita da vasellame in maiolica lustrata realizzato tra il XV e il XVIII secolo in alcuni centri dell’Aragona e della Catalogna. Si tratta di circa sessanta esemplari, per lo più albarelli e grandi piatti, tra i quali sono significativi gli albarelli dipinti in lustro a oro pallido, databili intorno alla metà del Qauttrocento . Sono rappresentati inoltre alcuni piatti prodotti nella Persia musulmana ed in Siria.
La maiolica rinascimentale, che comprende in prevalenza vasellame farmaceutico, è ben documentata nella collezione del duca di Martina, attraverso le varianti ornamentali delle officine operanti in molti centri della penisola. Tra gli esempi più antichi figurano i due vasi, databili alla metà del Quattrocento, con anse a torciglione, ascrivibili ad una bottega dell’Italia centrale. Alle officine di Deruta sono da assegnare alcune opere impreziosite dai riflessi metallici, ottenuti con l’applicazione del lustro in terza cottura.
Il nucleo di maioliche rinascimentali comprende inoltre alcuni esempi di vasellame da tavola, tra i quali ha particolare rilievo il piatto istoriato con il Giudizio di Paride di Orazio Fontana e il servizio puerperale realizzato ad Urbino, decorato con le tipiche ‘raffaellesche’.
La maiolica di età barocca ha raggiunto l’apice del successo grazie alla produzione dei maestri della famiglia Grue; il museo conserva diversi esemplari attribuibili a Carlo Antonio Grue, capostipite della famiglia, tra cui un piattello raffigurante Bacco e quattro grandi vasi con coperchio.
Vi è inoltre un gruppo di maioliche settecentesche che comprende vasellame prodotto in fabbriche liguri, napoletane, siciliane, pesaresi nonché una rara zuppiera con coperchio eseguita dalla Real Fabbrica di Caserta. Va infine segnalata la presenza di alcune maioliche straniere, in prevalenza francesi e olandesi, di eccellente qualità come il bel calamaio di Delft decorato a chinoiserie, databile nei decenni a cavallo tra Sei e Settecento.

 

Vetri
Costituito da circa duecento pezzi, il nucleo dei vetri della collezione Placido de Sangro è fra quello di maggior rilievo fra i materiali non ceramici e comprende vetri veneziani e façon de Venice, un piccolo gruppo di cristalli boemi e inglesi ed alcuni vetri dipinti ed églomisés.
La raccolta è rappresentativa delle tappe più importanti di svolgimento ed evoluzione del vetro muranese, tra i quali il vaso con piede a decorazioni foliate in smalto, databile alla fine del XV secolo e la coppa costolata dalle eleganti decorazioni puntinate in smalto ed oro, databile al primo quarto del Cinquecento. La perizia tecnica degli artigiani muranesi, capaci di ottenere forme sempre più complesse grazie all’ausilio di stampi entro cui realizzare il soffiaggio, è documentata dai calici con coperchio, arricchiti da mascheroni.
Nel Seicento si affermarono in tutta Europa centri fiorenti di lavorazione del vetro, grazie agli intensi cicli migratori degli artigiani muranesi; nonostante ciò l’arte vetraria di Murano continuò a rinnovarsi abbandonando le forme rinascimentali in favore di una crescente esuberanza ornamentale già barocca testimoniata dalla piccola ampolla a reticello e a “retorti” e più tardi, nel Settecento dalla larga produzione di vetri lattimi, opalini, o vetri colorati imitanti le pietre dure, come il bel boccaletto con coperchio in vetro calcedonio o la tazzina con piattino a trembleuse.
La raccolta è completata da una serie si pezzi realizzati à la façon de Venice, che attestano la fortuna del vetro muranese: tra questi il calice catalano a forma di tulipano e la bottiglia dal corpo schiacciato, con fili in vetro lattimo. Va infine ricordato un piccolo nucleo di vetri dipinti o églomisés, piccole lastre decorate mediante l’applicazione sul retro di foglie d’oro e di colori a freddo, fra cui la Adorazione dei pastori riconducibile alla bottega lombarda dei Decio, databile tra il 1530 e il 1535.

 

Smalti e Avori
Gli avori romanici e gotici costituiscono, con gli smalti limosini, il nucleo principale degli manufatti medievali conservati al museo. La piccola raccolta spazia dagli avori bizantini del X secolo a quelli mosani dell’inizio del 1100, a quelli di epoca gotica, realizzati tra Parigi, il nord della Francia, la Spagna e l’Inghilterra, per arrivare poi a quelli italiani della scuola di Baldassarre degli Embriachi. Si tratta sia di oggetti di culto di piccole dimensioni: dittici, trittici e tabernacoli di uso votivo; che di preziosi accessori: astucci di specchio, pettini, corredi da toletta, table à écrire che segnano il passo all’evoluzione del gusto e dei costumi.
Di cultura romanica è il reliquiario in avorio di tricheco con Crocifissione e figure di Santi, prodotto nella Valle della Mosa all’inizio del XIII secolo, che segue nell’iconografia un prototipo più volte utilizzato in quell’area geografica. Fra gli avori gotici spicca per importanza la piccola edicola bifronte con Madonna con Bambino e la Crocifissione, partecipe della cultura sviluppatasi nell’Ile de France dal primo decennio del XIII secolo; mentre il Pettine con scene di vita cortese, di manifattura lombarda o veneta della metà del Quattrocento, mostra un’adesione alla cultura tardo-gotica tra Cristoforo Moretti e gli Zavattari. Sono presenti nella raccolta anche alcuni avori barocchi tra i quali il San Sebastiano, vicino alla cultura andalusa espressa nella prima metà del Seicento nelle opere di Alonso Cano ed ancora di un Boccale e un Calice tedeschi, intagliati e lavorati al tornio, testimoni della fortuna che ebbero i manufatti in avorio nel Settecento tra le corti di Baviera e di Dresda.
Il nucleo degli smalti di Limoges comprende sia smalti champlevés su rame, due e trecenteschi, che smalti dipinti per lo più cinquecenteschi. Tra i primi si collocano la cassetta-reliquiario di Santa Valeria e la frammentaria coperta di evangelario con Crocifissione. Il museo conserva anche una bella collezione di circa trenta smalti dipinti su rame tra i quali si distingue per importanza e qualità la placca con Crocifissione attribuita al Maestro del trittico d’Orléans, probabilmente parte di un trittico. Databile verso il 1510 la piccola Natività, montata in ebano e argento, riconducibile alla bottega del Maestro del trittico di Luigi XII. Testimoni della fortuna della nuova tecnica dello smalto a grisaille sono le tre paci con il Compianto sul Cristo morto, l’Annunciazione e la Crocifissione di Pierre Reymond databili al sesto decennio del Cinquecento.

 

PRIMO PIANO

La collezione di Riccardo de Sangro
Nel 1978 Riccardo, ultimo duca di Sangro e di Martina (1889-1978), dona al Museo la sua collezione di porcellane occidentali ed orientali, che va a ricongiungersi al nucleo storico che il suo antenato Placido de Sangro, collezionista e conoscitore di arti, aveva raccolto fino al 1891, anno della sua morte.
Riccardo, primogenito di Giuseppe de Sangro, conte di Buccino e nipote di Nicola, fratello maggiore di Placido ha sempre mantenuto i legami con Napoli pur vivendo a Roma dove risiedeva dal 1900, a seguito delle seconde nozze della madre, Maria Guevara Suardo che aveva stretto solidi rapporti di amicizia sia con Gabriele D’Annunzio che con Trilussa.
La raccolta di Riccardo comprende una piccola ma rappresentativa campionatura di vasellame cinese; gli esemplari, databili tra la fine dei secoli XVI e XVII, appartengono ai gruppi o “ famiglie “ più comuni nella porcellana di esportazione, dal “bianco e blu”, alla “famiglia verde” e “rosa” e ai policromi.
Legato de SangroLe forme sono sia quelle più consuete del repertorio cinese come vasi, bottiglie, piatti che quelle destinate alle esportazioni nel sud-est asiatico, come è il caso del kendi a forma di elefante (inv. S.118), recipiente per l’acqua usato in India nei rituali buddhisti e nei paesi musulmani adoperato come narghilè; i due piatti della dinastia Quing, era Kangxi ( 1662-1722) con al centro rappresentate alcune delle cosiddette “100 antichità “(invv. S 1163-1164). Unica e notevole eccezione è la statuina equestre di epoca Tang (INV. S, 1170) databile alla prima metà del VIII secolo che viene così ad essere il pezzo più antico di tutto il museo napoletano esposto nella sezione orientale.
Non mancano nella collezione del 1978 anche pezzi occidentali tra i quali ricordiamo una grande cornice in porcellana (S.1120) esposta nella Sala 8 insieme alle altre opere della Manifattura di Vienna (1817-? ). La cornice realizzata nel periodo di direzione di Claudius Innocentius Du Paquier, si distingue per lo stile decorativo Laub und Bandelwerk, nel quale i fregi vegetali ed i girali di acanto si trasformano gradatamente in moduli più stilizzati e geometrici, mentre i decori a nastro, a ventaglio e a graticcio sostituiscono progressivamente l’elemento naturalistico.
Un altro capolavoro della raccolta è il Servizio da cioccolata in porcellana e bronzo dorato (inv. S. 1054) conservato nel suo cofanetto originale in marocchino rosso ed esposto nella sala 13. Il servizio comprende 6 tazze biansate a campana con piattino e coperchio a cupola sui quali piccoli garofani screziati in diversi colori fungono da pomi. I piattini con fondo dorato sono decorati con scene di tipo orientale. La forma delle tazze è del tipo delle chicchere a campana.
Tra i soggetti più curiosi, si evidenziano una serie di vasi, chiamati Bourdaloue (invv.1050, 1076,1080,1113) dal nome di un gesuita francese, famoso per i suoi lunghi sermoni.
Ed infine il servizio da tavola a figure antiche che comprende 263 pezzi della Real Fabbrica della Porcellana di Napoli con decorazioni a figure all’antica che rimandano al più famoso servizio Ercolanese prodotto nei primi anni ’80 come dono per Carlo III di Spagna, di cui si conoscono pochi pezzi, prevalentemente piatti e le cui immagini sono tratte dalle “Antichità di Ercolano esposte” dato alle stampe per volontà di Carlo dal 1757.

 

Collezione de Felice – Sbriziolo
Donata al museo dall’architetto Ezio Bruno De Felice e sua moglie Eirene Sbrizolo, la collezione di manufatti in tartaruga del Museo Duca di Martina consente di ripercorrere la storia della lavorazione di questo prezioso materiale tra Otto e Novecento.
La donazione consta di ben 755 pezzi – di cui solo una parte in esposizione – e si compone di tre distinti nuclei: il primo comprende gli oggetti in tartaruga, sia bionda – la più pregiata – che nera o jaspé, il secondo i modelli di carta utilizzati dagli artigiani per la realizzazione degli stampi, il terzo i manufatti semilavorati, utili per comprendere le diverse fasi di produzione. Sebbene oggi in disuso, la tartaruga è un materiale legato fin dall’antichità all’ostentazione del potere o della ricchezza e gli oggetti presenti in questa eterogenea raccolta, prevalentemente destinati a soddisfare la vanità umana, ne sono una valida testimonianza.
Ricco è ad esempio il gruppo di gioielli, tra cui collane, anelli, spille e rarissimi bottoni in tartaruga bionda, tutti databili verso la fine del XIX secolo. Particolarmente significativo per numero e qualità, è poi l’insieme formato da pettini e forcine: gli esemplari datano dagli inizi del Novecento agli anni Trenta e variano dalla tartaruga bionda, alla jaspé, alla nera. Tali raffinati accessori presentano inoltre delicati trafori, ornati in piqué d’oro e applicazioni in occhio di tigre o in turchese.
Tra le galanterie per signora spiccano anche eleganti spilloni e una serie di manici per borsette, tra cui merita particolare attenzione un esemplare notevole perché realizzato per un raro modello a due sacche. Grande perizia era richiesta anche nella fabbricazione delle montature per lenti, di cui la raccolta Sbriziolo – De Felice comprende alcuni pregiati esemplari in tartaruga bionda, nonché un elegante astuccio per occhiali in jaspé.
Nella realizzazione dei manici di ombrello e delle impugnature di bastoni da passeggio, invece, si attesta l’uso di un materiale meno pregiato, fatto da scarti di tartaruga fusi e compressi intorno ad un’anima di una sostanza meno nobile, come ossa e unghia di bue o cavallo. Un tipo di lavorazione abbastanza simile si registra anche per le cornici, quasi tutte realizzate con la meno pregiata tartaruga nera. Assai ampie e diversificate sono infine le sezioni dedicate alle spazzole, tutte con setole naturali, e a quegli oggetti che ormai evocano usanze di altri tempi tra cui numerosi sono i calza-stivali e lucida-unghie.

 

Porcellane tedesche
Accanto al vasto gruppo delle porcellane di Meissen, completa la raccolta un’ampia campionatura di oggetti delle principali altre fabbriche tedesche. Tra gli oggetti più rappresentativi, segnaliamo: un bel gruppo di porcellane delle manifatture di Ludwisburg, tra cui le figure di un Cacciatore e di una Pescatrice; di Frankenthal, fra cui spicca un delizioso gruppo di Cinesi in un padiglione o un Solitaire con decori pastorali in monocromo violetto, tratti da incisioni di Francesco Zuccarelli; alcuni pezzi di bella qualità come un Centro tavola con un uomo che regge un canestro sul capo di Ansbach del 1760-70; una piccola Venere di Höchst; una Coppia di scene galanti di Fürstenberg; un bellissimo Pomo di bastone a forma di testa maschile o un Levriero, piccoli capolavori eseguiti a Nymphensburg da Franz Anton Bustelli.
Infine, merita attenzione un gruppetto di porcellane della manifattura di Berlino, fondata nel 1751 da Wihelm Kaspar Wegely, un fabbricante di stoffe, che nel 1751 aveva ottenuto la concessione dal re di Prussia, Federico II il Grande, ma la cui attività si esaurirà già nel 1757, per poi proseguire con il finanziere Gotzokowsky nel 1761. Due anni dopo, la Fabbrica fu rilevata personalmente da Federico II che impose un regime di monopolio, vietando l’importazione e la produzione di altra porcellana. La produzione è costituita soprattutto da statuine e da vasellame riccamente adornato da montature plastiche, le cui soluzioni formali e decorative risultano strettamente dipendenti dai modelli artistici ideati a Meissen e di mediocre originalità.
Tra il settimo e l’ottavo decennio del Settecento, le soluzioni si distinguono per eleganza formale e raffinatezza cromatica, sia nelle rappresentazioni di motivi floreali e paesaggistici che nelle scene figurative riprese per la maggior parte dalla stampe di Antoine Watteau. Questi stilemi di gusto rococò lasciano, gradualmente il passo sul finire del secolo, a composizioni decorative di ispirazione neoclassica, secondo la moda del tempo ed in linea con quanto si andava producendo a Sèvres, la cui manifattura ormai aveva soppiantato quella di Meissen, a seguito della crisi degli anni Settanta. Sotto Federico Guglielmo III (1797-1840) si incentiverà il filone della pittura su porcellana di vedute riprese dal vero finalizzata a documentare i più famosi luoghi, monumenti della città di Berlino e dei suoi dintorni. Tale produzione si esplica soprattutto in vasellame d’arredo di enormi dimensioni, destinato generalmente a doni di corte. In questo periodo si raggiungono alti livelli qualitativi anche nella realizzazione di decori floreali, derivati da stampe di studi botanici. La Manifattura rimase sotto la protezione reale fino al 1918.

 

Porcellane Italiane
La raccolta di porcellane italiane del museo è costituita anche da un cospicuo numero di porcellane toscane della manifattura dei marchesi Ginori di Doccia. Questa, fra le più importanti attive in Italia, è l’unica che riuscì a prosperare dal 1737 al 1896, si sviluppò grazie al grande senso imprenditoriale dei Ginori, che seppero tenere il passo coi tempi coniugando ricerche chimiche e tecnologiche con una produzione qualitativamente sempre elevata.
La raccolta comprende pezzi di grande rilevanza come il gruppo di Tre putti con capra riferibile a Gaspero Bruschi e databile al 1745 circa, o le placche con la Notte e il Giorno, realizzate su modello di Massimiliano Soldani Benzi, tutte opere risalenti agli anni della direzione del fondatore della fabbrica, Carlo Ginori, morto nel 1757.
Al secondo periodo, sotto la direzione di Lorenzo Ginori (1751 – 1791) sono riconducibili i candelabri con Bacco e Cerere, su disegno di Balthasar Premoser e una scelta di tabacchiere fra cui quella detta degli ‘eresiarchi’. La raccolta di porcellane italiane è completata da piccole, ma notevoli, aggiunte di oggetti di altre manifatture, come lo straordinario boccaletto di porcellana della manifattura medicea, databile fra l’ottavo e il nono decennio del Cinquecento, che documenta, al più alto livello, il primo tentativo europeo – voluto da Cosimo I de medici – di imitare le porcellane cinesi.
Sono inoltre documentate anche la manifattura veneziana di Gemignano Cozzi, della quale sono da ricordare una coppia di Cinesi, datati al 1780 e una figura allegorica di Venezia, detta “La Serenissima”. Di un’altra manifattura veneta, quella di Nove presso Bassano, sono da ricordare alcune statuine femminili, un gruppo di contadini ed un grande gruppo con Giove che fulmina i giganti.

 

Porcellane Napoletane
Di primaria importanza nella raccolta sono le due fabbriche napoletane, sulle quali era fortemente appuntata l’attenzione del collezionista. La collezione della Real Fabbrica di Capodimonte (1743 – 1759), voluta da Carlo di Borbone e da lui tenacemente sostenuta, è forse la più ricca ed ampia del mondo. Composta di 115 pezzi, essa si impone per vastità, importanza e varietà degli oggetti. La Pietà, vera e propria scultura in scala contenuta realizzata dal capo-modellatore Giuseppe Gricci attorno al 1744-1745, nei primi anni della manifattura; il Minuetto, piccolo gruppo in porcellana bianca, che figura due giovani che incedono a passo di danza, sono fra le prime prove plastiche di Gricci ed ancora il grande vaso “Augustus Rex” decorato con fiori kakiemon, sono tutti espressione dell’alto livello raggiunto sin dai primi anni di attività della manifattura.
Ad essi si affiancano numerosi oggetti di vasellame decorato che consentono di seguire e di individuare i differenti tipi di decoro pittorico eseguiti dal capo-pittore Giovanni Caselli e dalla schiera dei suoi collaboratori e seguaci. Fra questi il bel servizio da caffè decorato con nature morte di frutta, tazze con scene di paesi, policrome o monocrome, tutti nello stile di Caselli. A Mariano e Giacomo Nani, pittori di nature morte, la cui attività è documentata alla manifattura di Capodimonte come specialisti di “animali e di cose naturali”, sono rispettivamente ascritti la coppa decorata con battaglie e la tazza puerperale con fiori di tipo occidentali. Sono inoltre presenti alcuni oggetti che illustrano i principali temi sfruttati dalla manifattura: le scene galanti, come il gruppo della Dichiarazione, i venditori ambulanti, la Lattaia e il Venditore di verdura.
E’ rappresentata anche la produzione tarda di Capodimonte nel Goffredo sulla tomba di Dudone, databile al 1758-59, per giungere ad alcuni pezzi eseguiti dal Gricci al Buen Retiro – la fabbrica creata in Spagna da Carlo di Borbone al suo arrivo in Spagna nel 1759 – tra i quali figura il gruppo di Tre gruppi con montone. Anche la Real Fabbrica di Napoli, che Ferdinando di Borbone fece aprire nel 1772, è presente in maniera consistente nella raccolta, sia con opere appartenenti al primo periodo, sotto la direzione di Tommaso Perez, sia del nuovo corso, legato alla direzione di Domenico Venuti, che assunse la carica di direttore nel 1779.
Durante la direzione Perez la produzione era ancora legata ad elementi di cultura rococò, a quel periodo è riconducibile la bella Coppia di contadini in porcellana bianca. Ma la vera svolta fu segnata dall’avvento di Venuti che introdusse nella manifattura il gusto e la cultura neoclassici, ispirandosi in primo luogo ai reperti di scavo che si andavano recuperando a Pompei ed Ercolano e che venivano illustrati nel volumi delle Antichità di Ercolano esposte. Primo prodotto di questo nuovo indirizzo fu il Servizio Ercolanese eseguito nel 1782 per essere inviato in dono a Carlo di Borbone a Madrid che venne decorato con soggetti tratti dagli affreschi ercolanesi; al museo Duca di Martina si conservano un piatto con una Centauressa con donzella e una coppia di burriere che sono stati messi in relazione con questo servito. Di gusto archeologico sono i due solitaires, la coppa biansata con piede con raffigurazioni di Ercole ed una serie di biscuit tra cui figura la riduzione della Flora Farnese, una Iside, e una redazione dell’Achille fanciullo col centauro Chirone, realizzati su modello del capo-plasticatore Filippo Tagliolini.
Accanto ai soggetti archeologici furono utilizzati per decorare le porcellane anche altri temi: le vedute – riprese dai maggiori repertori iconografici del tempo, soprattutto dal Voyage pittoresque di Saint-Non – e le vestiture del Regno, tratte dalle gouaches realizzate dai pittori D’Anna e Berotti, che illustravano in modo sistematico i costumi popolari nelle varie provincie.

 

Porcellane di Meissen
Il forte interesse del duca di Martina per la fabbrica Sassone, la cui produzione si fa iniziare nel 1710, è ampiamente testimoniato da una vasta scelta di oggetti rappresentativi dell’intero arco della produzione, con particolare attenzione al periodo di piena maturità della fabbrica e con una evidente propensione verso il vasellame più che per la plastica. Gli esordi della manifattura sono rappresentati da una bella teiera e quattro tazze con decori in oro a rilievo e da un boccale con il monogramma AR (Augustus Rex) del fondatore della fabbrica Augusto il Forte di Sassonia, tutti databili al secondo decennio del Settecento.
Le porcellane decorate con fiori orientali e quelle di scene cinesi nello stile di Hörold risultano numerose e qualitativamente ben selezionate, grazie anche alla propensione del duca per l’Oriente e le chinoiseries. Esemplificativi di questi decori sono il piatto con scene cinesi e di porti, inseriti in fregi a lambrequins e la coppia di vasi da camino con figurazioni in riserve lobate su fondo lilla rosato, tutti databili verso il 1730-1735. Le cineserie e i fiori indiani vennero poi gradatamente soppiantati da decori più alla moda come paesaggi, cacce, scene ispirate a Watteau, insetti, fiori, uccelli spesso desunti da repertori incisi in dotazione alla fabbrica.
La raccolta napoletana comprende una vastissima campionatura di questo nuovo indirizzo stilistico: numerose sono le porcellane decorate a’fiori tedeschi’ come la coppia di eleganti tazzine con piatto a trembleuse e la grande zuppiera con impugnatura a forma di bimbo seduto, databili entro la prima metà del secolo. Accanto a tazze, piatti ed altro vasellame decorato con insetti, ampiamente rappresentate sono le scene pastorali e i soggetti galanti.
Come si è detto decisamente più ridotto è il gruppo delle statuine e delle plastiche che sembra avere colpito solo marginalmente il gusto del collezionista, è comunque documentata la produzione del capo modellatore Johann Joachim Kaendler, attivo a Meissen sin dal 1731. Nella raccolta sono presenti alcuni suoi gruppi galanti come il Concerto del 1744, realizzato in diverse versioni, o il Bacio.
Completano la raccolta delle figure plastiche alcuni animali, un genere molto frequentato dalla manifattura, tra gli esemplari più belli l’Upupa, la Leonessa e la Scimmia in marsina, appartenente ad una celebre serie satirica di scimmie musicanti di Kaendler.

 

Porcellane di Vienna
Accanto al vasto gruppo di Meissen, il Museo conserva anche una preziosa raccolta di porcellane di Vienna, la seconda città europea, dopo Meissen, in cui è stata prodotta la porcellana a pasta dura. La Manifattura venne fondata nel 1717, per concessione dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, da Claudius Innocentius Du Paquier, un commissario di guerra, che lavorava per il governo austriaco e che già da alcuni anni aveva tentato esperimenti alchemici, finalizzati alla realizzazione di questo nuovo impasto ceramico. La manifattura rimane in vita fino al 1744, anno in cui per ulteriori difficoltà economiche viene venduta allo Stato, di cui godrà la protezione fino al 1864.
La produzione è costituita per lo più da vasellame da tavola, le cui forme ricalcono modelli già adottati a Meissen o desunti da argenti coevi e in qualche raro caso da prototipi orientali. Le decorazioni sono molto più varie, dipinte con smalti policromi sopracoperta e blu sottovernice; si ritrovano fiori indiani, fiori naturalistici, paesaggi, soggetti mitologici, animali, scene figurative e chinoiseries.
Un particolare tipo di ornamento, generalmente reso in monocromia, derivato da motivi architettonici coevi e utilizzato soprattutto per i bordi del vasellame, è quello denominato Laub und Bandelwerk, consistente in motivi a griglia geometrica alternati a volute, a ghirlande e a palmette; lo testimoniano nella raccolta, l’importante Specchiera (1735-40) acquisita nel 1978 dal Museo grazie al legato di Riccardo de Sangro, insieme ad un Nécessaire da unghie. Alla morte di Du Paquier nel 1751, le attività vengono finanziate dall’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo Lorena, succceduta al padre Carlo VI nel 1740, la quale avvia una seria politica di promozione, triplicando nel giro di qualche decennio il numero delle unità impiegate. L’imperatrice intraprende rapporti diplomatici con la corte francese, rapporti che culmineranno con l’accordo di matrimonio della figlia Maria Antonietta con Luigi XVI, e ciò contribuirà a determinare un radicale cambiamento di gusto anche nella produzione della manifattura che in questo periodo si ispira non solo a modelli provenienti da Meissen ma anche a forme e generi decorativi di Sèvres. Questi ultimi riscuoteranno una tale fortuna che continueranno ad essere prodotti fino ai primi anni dell’Ottocento. E pure in questo periodo che si documenta il graduale evolversi della cultura barocca in favore di nuovi stilemi rococò, con l’adozione di altri repertori decorativi arricchiti da una tavolozza più luminosa e brillante. I soggetti raffigurati, sia quelli di tipo naturalistico che quelli di tipo figurativo, campiscono l’intero corpo dell’oggetto, i cui bordi sono profilati da motivi geometrici o à lambrequins.

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Ultimo aggiornamento

23 Marzo 2021, 00:01