Primo Piano: le porcellane europee e la raccolta Sbriziolo-De Felice

Il primo piano del Museo è interamente dedicato alle porcellane di manifattura europee; vi spiccano per importanza, qualità e numero dei pezzi, le raccolte della manifattura sassone di Meissen, delle manifatture borboniche di Capodimonte e di Napoli, e di quella del marchese Ginori a Doccia, oltre che il gruppo delle porcellane francesi, che comprende quelle a pasta tenera di Chantilly, Rouen, Saint Cloude e Mennency, nonché una bella raccolta di Sèvres. Sono ancora esposte al primo piano le collezioni di porcellane delle manifatture di Vienna e delle maggiori fabbriche tedesche. Inoltre, nel corso dei lavori di riallestimento, ultimati nel 2016, sono stati recuperati due nuovi ambienti: in uno sono esposte le preziose ‘galanterie’ in porcellana ed altri materiali nobili e nell’altro un cospicuo nucleo di manufatti realizzati con materiali organici, soprattutto in tartaruga, di cui gran parte proviene dalla raccolta Sbriziolo – De Felice.

 

La collezione di Riccardo de Sangro
Nel 1978 Riccardo, ultimo duca di Sangro e di Martina (1889-1978), dona al Museo la sua collezione di porcellane occidentali ed orientali, che va a ricongiungersi al nucleo storico che il suo antenato Placido de Sangro, collezionista e conoscitore di arti, aveva raccolto fino al 1891, anno della sua morte.
Riccardo, primogenito di Giuseppe de Sangro, conte di Buccino e nipote di Nicola, fratello maggiore di Placido ha sempre mantenuto i legami con Napoli pur vivendo a Roma dove risiedeva dal 1900, a seguito delle seconde nozze della madre, Maria Guevara Suardo che aveva stretto solidi rapporti di amicizia sia con Gabriele D’Annunzio che con Trilussa.
La raccolta di Riccardo comprende una piccola ma rappresentativa campionatura di vasellame cinese; gli esemplari, databili tra la fine dei secoli XVI e XVII, appartengono ai gruppi o “ famiglie “ più comuni nella porcellana di esportazione, dal “bianco e blu”, alla “famiglia verde” e “rosa” e ai policromi.
Legato de SangroLe forme sono sia quelle più consuete del repertorio cinese come vasi, bottiglie, piatti che quelle destinate alle esportazioni nel sud-est asiatico, come è il caso del kendi a forma di elefante (inv. S.118), recipiente per l’acqua usato in India nei rituali buddhisti e nei paesi musulmani adoperato come narghilè; i due piatti della dinastia Quing, era Kangxi ( 1662-1722) con al centro rappresentate alcune delle cosiddette “100 antichità “(invv. S 1163-1164). Unica e notevole eccezione è la statuina equestre di epoca Tang (INV. S, 1170) databile alla prima metà del VIII secolo che viene così ad essere il pezzo più antico di tutto il museo napoletano esposto nella sezione orientale.
Non mancano nella collezione del 1978 anche pezzi occidentali tra i quali ricordiamo una grande cornice in porcellana (S.1120) esposta nella Sala 8 insieme alle altre opere della Manifattura di Vienna (1817-? ). La cornice realizzata nel periodo di direzione di Claudius Innocentius Du Paquier, si distingue per lo stile decorativo Laub und Bandelwerk, nel quale i fregi vegetali ed i girali di acanto si trasformano gradatamente in moduli più stilizzati e geometrici, mentre i decori a nastro, a ventaglio e a graticcio sostituiscono progressivamente l’elemento naturalistico.
Un altro capolavoro della raccolta è il Servizio da cioccolata in porcellana e bronzo dorato (inv. S. 1054) conservato nel suo cofanetto originale in marocchino rosso ed esposto nella sala 13. Il servizio comprende 6 tazze biansate a campana con piattino e coperchio a cupola sui quali piccoli garofani screziati in diversi colori fungono da pomi. I piattini con fondo dorato sono decorati con scene di tipo orientale. La forma delle tazze è del tipo delle chicchere a campana.
Tra i soggetti più curiosi, si evidenziano una serie di vasi, chiamati Bourdaloue (invv.1050, 1076,1080,1113) dal nome di un gesuita francese, famoso per i suoi lunghi sermoni.
Ed infine il servizio da tavola a figure antiche che comprende 263 pezzi della Real Fabbrica della Porcellana di Napoli con decorazioni a figure all’antica che rimandano al più famoso servizio Ercolanese prodotto nei primi anni ’80 come dono per Carlo III di Spagna, di cui si conoscono pochi pezzi, prevalentemente piatti e le cui immagini sono tratte dalle “Antichità di Ercolano esposte” dato alle stampe per volontà di Carlo dal 1757.

 

Collezione de Felice – Sbriziolo
Donata al museo dall’architetto Ezio Bruno De Felice e sua moglie Eirene Sbrizolo, la collezione di manufatti in tartaruga del Museo Duca di Martina consente di ripercorrere la storia della lavorazione di questo prezioso materiale tra Otto e Novecento.
La donazione consta di ben 755 pezzi – di cui solo una parte in esposizione – e si compone di tre distinti nuclei: il primo comprende gli oggetti in tartaruga, sia bionda – la più pregiata – che nera o jaspé, il secondo i modelli di carta utilizzati dagli artigiani per la realizzazione degli stampi, il terzo i manufatti semilavorati, utili per comprendere le diverse fasi di produzione. Sebbene oggi in disuso, la tartaruga è un materiale legato fin dall’antichità all’ostentazione del potere o della ricchezza e gli oggetti presenti in questa eterogenea raccolta, prevalentemente destinati a soddisfare la vanità umana, ne sono una valida testimonianza.
Ricco è ad esempio il gruppo di gioielli, tra cui collane, anelli, spille e rarissimi bottoni in tartaruga bionda, tutti databili verso la fine del XIX secolo. Particolarmente significativo per numero e qualità, è poi l’insieme formato da pettini e forcine: gli esemplari datano dagli inizi del Novecento agli anni Trenta e variano dalla tartaruga bionda, alla jaspé, alla nera. Tali raffinati accessori presentano inoltre delicati trafori, ornati in piqué d’oro e applicazioni in occhio di tigre o in turchese.
Tra le galanterie per signora spiccano anche eleganti spilloni e una serie di manici per borsette, tra cui merita particolare attenzione un esemplare notevole perché realizzato per un raro modello a due sacche. Grande perizia era richiesta anche nella fabbricazione delle montature per lenti, di cui la raccolta Sbriziolo – De Felice comprende alcuni pregiati esemplari in tartaruga bionda, nonché un elegante astuccio per occhiali in jaspé.
Nella realizzazione dei manici di ombrello e delle impugnature di bastoni da passeggio, invece, si attesta l’uso di un materiale meno pregiato, fatto da scarti di tartaruga fusi e compressi intorno ad un’anima di una sostanza meno nobile, come ossa e unghia di bue o cavallo. Un tipo di lavorazione abbastanza simile si registra anche per le cornici, quasi tutte realizzate con la meno pregiata tartaruga nera. Assai ampie e diversificate sono infine le sezioni dedicate alle spazzole, tutte con setole naturali, e a quegli oggetti che ormai evocano usanze di altri tempi tra cui numerosi sono i calza-stivali e lucida-unghie.

 

Porcellane tedesche
Accanto al vasto gruppo delle porcellane di Meissen, completa la raccolta un’ampia campionatura di oggetti delle principali altre fabbriche tedesche. Tra gli oggetti più rappresentativi, segnaliamo: un bel gruppo di porcellane delle manifatture di Ludwisburg, tra cui le figure di un Cacciatore e di una Pescatrice; di Frankenthal, fra cui spicca un delizioso gruppo di Cinesi in un padiglione o un Solitaire con decori pastorali in monocromo violetto, tratti da incisioni di Francesco Zuccarelli; alcuni pezzi di bella qualità come un Centro tavola con un uomo che regge un canestro sul capo di Ansbach del 1760-70; una piccola Venere di Höchst; una Coppia di scene galanti di Fürstenberg; un bellissimo Pomo di bastone a forma di testa maschile o un Levriero, piccoli capolavori eseguiti a Nymphensburg da Franz Anton Bustelli.
Infine, merita attenzione un gruppetto di porcellane della manifattura di Berlino, fondata nel 1751 da Wihelm Kaspar Wegely, un fabbricante di stoffe, che nel 1751 aveva ottenuto la concessione dal re di Prussia, Federico II il Grande, ma la cui attività si esaurirà già nel 1757, per poi proseguire con il finanziere Gotzokowsky nel 1761. Due anni dopo, la Fabbrica fu rilevata personalmente da Federico II che impose un regime di monopolio, vietando l’importazione e la produzione di altra porcellana. La produzione è costituita soprattutto da statuine e da vasellame riccamente adornato da montature plastiche, le cui soluzioni formali e decorative risultano strettamente dipendenti dai modelli artistici ideati a Meissen e di mediocre originalità.
Tra il settimo e l’ottavo decennio del Settecento, le soluzioni si distinguono per eleganza formale e raffinatezza cromatica, sia nelle rappresentazioni di motivi floreali e paesaggistici che nelle scene figurative riprese per la maggior parte dalla stampe di Antoine Watteau. Questi stilemi di gusto rococò lasciano, gradualmente il passo sul finire del secolo, a composizioni decorative di ispirazione neoclassica, secondo la moda del tempo ed in linea con quanto si andava producendo a Sèvres, la cui manifattura ormai aveva soppiantato quella di Meissen, a seguito della crisi degli anni Settanta. Sotto Federico Guglielmo III (1797-1840) si incentiverà il filone della pittura su porcellana di vedute riprese dal vero finalizzata a documentare i più famosi luoghi, monumenti della città di Berlino e dei suoi dintorni. Tale produzione si esplica soprattutto in vasellame d’arredo di enormi dimensioni, destinato generalmente a doni di corte. In questo periodo si raggiungono alti livelli qualitativi anche nella realizzazione di decori floreali, derivati da stampe di studi botanici. La Manifattura rimase sotto la protezione reale fino al 1918.

 

Porcellane Italiane
La raccolta di porcellane italiane del museo è costituita anche da un cospicuo numero di porcellane toscane della manifattura dei marchesi Ginori di Doccia. Questa, fra le più importanti attive in Italia, è l’unica che riuscì a prosperare dal 1737 al 1896, si sviluppò grazie al grande senso imprenditoriale dei Ginori, che seppero tenere il passo coi tempi coniugando ricerche chimiche e tecnologiche con una produzione qualitativamente sempre elevata.
La raccolta comprende pezzi di grande rilevanza come il gruppo di Tre putti con capra riferibile a Gaspero Bruschi e databile al 1745 circa, o le placche con la Notte e il Giorno, realizzate su modello di Massimiliano Soldani Benzi, tutte opere risalenti agli anni della direzione del fondatore della fabbrica, Carlo Ginori, morto nel 1757.
Al secondo periodo, sotto la direzione di Lorenzo Ginori (1751 – 1791) sono riconducibili i candelabri con Bacco e Cerere, su disegno di Balthasar Premoser e una scelta di tabacchiere fra cui quella detta degli ‘eresiarchi’. La raccolta di porcellane italiane è completata da piccole, ma notevoli, aggiunte di oggetti di altre manifatture, come lo straordinario boccaletto di porcellana della manifattura medicea, databile fra l’ottavo e il nono decennio del Cinquecento, che documenta, al più alto livello, il primo tentativo europeo – voluto da Cosimo I de medici – di imitare le porcellane cinesi.
Sono inoltre documentate anche la manifattura veneziana di Gemignano Cozzi, della quale sono da ricordare una coppia di Cinesi, datati al 1780 e una figura allegorica di Venezia, detta “La Serenissima”. Di un’altra manifattura veneta, quella di Nove presso Bassano, sono da ricordare alcune statuine femminili, un gruppo di contadini ed un grande gruppo con Giove che fulmina i giganti.

 

Porcellane Napoletane
Di primaria importanza nella raccolta sono le due fabbriche napoletane, sulle quali era fortemente appuntata l’attenzione del collezionista. La collezione della Real Fabbrica di Capodimonte (1743 – 1759), voluta da Carlo di Borbone e da lui tenacemente sostenuta, è forse la più ricca ed ampia del mondo. Composta di 115 pezzi, essa si impone per vastità, importanza e varietà degli oggetti. La Pietà, vera e propria scultura in scala contenuta realizzata dal capo-modellatore Giuseppe Gricci attorno al 1744-1745, nei primi anni della manifattura; il Minuetto, piccolo gruppo in porcellana bianca, che figura due giovani che incedono a passo di danza, sono fra le prime prove plastiche di Gricci ed ancora il grande vaso “Augustus Rex” decorato con fiori kakiemon, sono tutti espressione dell’alto livello raggiunto sin dai primi anni di attività della manifattura.
Ad essi si affiancano numerosi oggetti di vasellame decorato che consentono di seguire e di individuare i differenti tipi di decoro pittorico eseguiti dal capo-pittore Giovanni Caselli e dalla schiera dei suoi collaboratori e seguaci. Fra questi il bel servizio da caffè decorato con nature morte di frutta, tazze con scene di paesi, policrome o monocrome, tutti nello stile di Caselli. A Mariano e Giacomo Nani, pittori di nature morte, la cui attività è documentata alla manifattura di Capodimonte come specialisti di “animali e di cose naturali”, sono rispettivamente ascritti la coppa decorata con battaglie e la tazza puerperale con fiori di tipo occidentali. Sono inoltre presenti alcuni oggetti che illustrano i principali temi sfruttati dalla manifattura: le scene galanti, come il gruppo della Dichiarazione, i venditori ambulanti, la Lattaia e il Venditore di verdura.
E’ rappresentata anche la produzione tarda di Capodimonte nel Goffredo sulla tomba di Dudone, databile al 1758-59, per giungere ad alcuni pezzi eseguiti dal Gricci al Buen Retiro – la fabbrica creata in Spagna da Carlo di Borbone al suo arrivo in Spagna nel 1759 – tra i quali figura il gruppo di Tre gruppi con montone. Anche la Real Fabbrica di Napoli, che Ferdinando di Borbone fece aprire nel 1772, è presente in maniera consistente nella raccolta, sia con opere appartenenti al primo periodo, sotto la direzione di Tommaso Perez, sia del nuovo corso, legato alla direzione di Domenico Venuti, che assunse la carica di direttore nel 1779.
Durante la direzione Perez la produzione era ancora legata ad elementi di cultura rococò, a quel periodo è riconducibile la bella Coppia di contadini in porcellana bianca. Ma la vera svolta fu segnata dall’avvento di Venuti che introdusse nella manifattura il gusto e la cultura neoclassici, ispirandosi in primo luogo ai reperti di scavo che si andavano recuperando a Pompei ed Ercolano e che venivano illustrati nel volumi delle Antichità di Ercolano esposte. Primo prodotto di questo nuovo indirizzo fu il Servizio Ercolanese eseguito nel 1782 per essere inviato in dono a Carlo di Borbone a Madrid che venne decorato con soggetti tratti dagli affreschi ercolanesi; al museo Duca di Martina si conservano un piatto con una Centauressa con donzella e una coppia di burriere che sono stati messi in relazione con questo servito. Di gusto archeologico sono i due solitaires, la coppa biansata con piede con raffigurazioni di Ercole ed una serie di biscuit tra cui figura la riduzione della Flora Farnese, una Iside, e una redazione dell’Achille fanciullo col centauro Chirone, realizzati su modello del capo-plasticatore Filippo Tagliolini.
Accanto ai soggetti archeologici furono utilizzati per decorare le porcellane anche altri temi: le vedute – riprese dai maggiori repertori iconografici del tempo, soprattutto dal Voyage pittoresque di Saint-Non – e le vestiture del Regno, tratte dalle gouaches realizzate dai pittori D’Anna e Berotti, che illustravano in modo sistematico i costumi popolari nelle varie provincie.

 

Porcellane di Meissen
Il forte interesse del duca di Martina per la fabbrica Sassone, la cui produzione si fa iniziare nel 1710, è ampiamente testimoniato da una vasta scelta di oggetti rappresentativi dell’intero arco della produzione, con particolare attenzione al periodo di piena maturità della fabbrica e con una evidente propensione verso il vasellame più che per la plastica. Gli esordi della manifattura sono rappresentati da una bella teiera e quattro tazze con decori in oro a rilievo e da un boccale con il monogramma AR (Augustus Rex) del fondatore della fabbrica Augusto il Forte di Sassonia, tutti databili al secondo decennio del Settecento.
Le porcellane decorate con fiori orientali e quelle di scene cinesi nello stile di Hörold risultano numerose e qualitativamente ben selezionate, grazie anche alla propensione del duca per l’Oriente e le chinoiseries. Esemplificativi di questi decori sono il piatto con scene cinesi e di porti, inseriti in fregi a lambrequins e la coppia di vasi da camino con figurazioni in riserve lobate su fondo lilla rosato, tutti databili verso il 1730-1735. Le cineserie e i fiori indiani vennero poi gradatamente soppiantati da decori più alla moda come paesaggi, cacce, scene ispirate a Watteau, insetti, fiori, uccelli spesso desunti da repertori incisi in dotazione alla fabbrica.
La raccolta napoletana comprende una vastissima campionatura di questo nuovo indirizzo stilistico: numerose sono le porcellane decorate a’fiori tedeschi’ come la coppia di eleganti tazzine con piatto a trembleuse e la grande zuppiera con impugnatura a forma di bimbo seduto, databili entro la prima metà del secolo. Accanto a tazze, piatti ed altro vasellame decorato con insetti, ampiamente rappresentate sono le scene pastorali e i soggetti galanti.
Come si è detto decisamente più ridotto è il gruppo delle statuine e delle plastiche che sembra avere colpito solo marginalmente il gusto del collezionista, è comunque documentata la produzione del capo modellatore Johann Joachim Kaendler, attivo a Meissen sin dal 1731. Nella raccolta sono presenti alcuni suoi gruppi galanti come il Concerto del 1744, realizzato in diverse versioni, o il Bacio.
Completano la raccolta delle figure plastiche alcuni animali, un genere molto frequentato dalla manifattura, tra gli esemplari più belli l’Upupa, la Leonessa e la Scimmia in marsina, appartenente ad una celebre serie satirica di scimmie musicanti di Kaendler.

 

Porcellane di Vienna
Accanto al vasto gruppo di Meissen, il Museo conserva anche una preziosa raccolta di porcellane di Vienna, la seconda città europea, dopo Meissen, in cui è stata prodotta la porcellana a pasta dura. La Manifattura venne fondata nel 1717, per concessione dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, da Claudius Innocentius Du Paquier, un commissario di guerra, che lavorava per il governo austriaco e che già da alcuni anni aveva tentato esperimenti alchemici, finalizzati alla realizzazione di questo nuovo impasto ceramico. La manifattura rimane in vita fino al 1744, anno in cui per ulteriori difficoltà economiche viene venduta allo Stato, di cui godrà la protezione fino al 1864.
La produzione è costituita per lo più da vasellame da tavola, le cui forme ricalcono modelli già adottati a Meissen o desunti da argenti coevi e in qualche raro caso da prototipi orientali. Le decorazioni sono molto più varie, dipinte con smalti policromi sopracoperta e blu sottovernice; si ritrovano fiori indiani, fiori naturalistici, paesaggi, soggetti mitologici, animali, scene figurative e chinoiseries.
Un particolare tipo di ornamento, generalmente reso in monocromia, derivato da motivi architettonici coevi e utilizzato soprattutto per i bordi del vasellame, è quello denominato Laub und Bandelwerk, consistente in motivi a griglia geometrica alternati a volute, a ghirlande e a palmette; lo testimoniano nella raccolta, l’importante Specchiera (1735-40) acquisita nel 1978 dal Museo grazie al legato di Riccardo de Sangro, insieme ad un Nécessaire da unghie. Alla morte di Du Paquier nel 1751, le attività vengono finanziate dall’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo Lorena, succceduta al padre Carlo VI nel 1740, la quale avvia una seria politica di promozione, triplicando nel giro di qualche decennio il numero delle unità impiegate. L’imperatrice intraprende rapporti diplomatici con la corte francese, rapporti che culmineranno con l’accordo di matrimonio della figlia Maria Antonietta con Luigi XVI, e ciò contribuirà a determinare un radicale cambiamento di gusto anche nella produzione della manifattura che in questo periodo si ispira non solo a modelli provenienti da Meissen ma anche a forme e generi decorativi di Sèvres. Questi ultimi riscuoteranno una tale fortuna che continueranno ad essere prodotti fino ai primi anni dell’Ottocento. E pure in questo periodo che si documenta il graduale evolversi della cultura barocca in favore di nuovi stilemi rococò, con l’adozione di altri repertori decorativi arricchiti da una tavolozza più luminosa e brillante. I soggetti raffigurati, sia quelli di tipo naturalistico che quelli di tipo figurativo, campiscono l’intero corpo dell’oggetto, i cui bordi sono profilati da motivi geometrici o à lambrequins.



condividi, invia, copia link, stampa (Instagram, Youtube e Snapchat non permettono condivisioni da url)

Ultimo aggiornamento

4 Giugno 2021, 15:53