Piano Terra: maioliche, vetri, smalti, avori

L’importante raccolta di maioliche è esposta al piano terreno del museo e comprende ceramiche ispano-moresche decorate a lustro della manifattura di Manises, maioliche rinascimentali di Deruta, Gubbio, Faenza, Palermo ed ancora maioliche seicentesche di Castelli di Abruzzo. Al piano terra sono inoltre esposti vetri di Murano, cristalli di Boemia, smalti di Limoges, oggetti in avorio di diverse epoche nonchè cofanetti, chiavi, posate ed ambre baltiche.

 

Maioliche
La collezione di maioliche del museo è costituita da un cospicuo gruppo di vasellame realizzato in Europa – per lo più in centri italiani – tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento, al quale si va ad aggiungere un interessante nucleo di ceramiche islamiche.
La sezione di ceramiche ispano-moresche è costituita da vasellame in maiolica lustrata realizzato tra il XV e il XVIII secolo in alcuni centri dell’Aragona e della Catalogna. Si tratta di circa sessanta esemplari, per lo più albarelli e grandi piatti, tra i quali sono significativi gli albarelli dipinti in lustro a oro pallido, databili intorno alla metà del Qauttrocento . Sono rappresentati inoltre alcuni piatti prodotti nella Persia musulmana ed in Siria.
La maiolica rinascimentale, che comprende in prevalenza vasellame farmaceutico, è ben documentata nella collezione del duca di Martina, attraverso le varianti ornamentali delle officine operanti in molti centri della penisola. Tra gli esempi più antichi figurano i due vasi, databili alla metà del Quattrocento, con anse a torciglione, ascrivibili ad una bottega dell’Italia centrale. Alle officine di Deruta sono da assegnare alcune opere impreziosite dai riflessi metallici, ottenuti con l’applicazione del lustro in terza cottura.
Il nucleo di maioliche rinascimentali comprende inoltre alcuni esempi di vasellame da tavola, tra i quali ha particolare rilievo il piatto istoriato con il Giudizio di Paride di Orazio Fontana e il servizio puerperale realizzato ad Urbino, decorato con le tipiche ‘raffaellesche’.
La maiolica di età barocca ha raggiunto l’apice del successo grazie alla produzione dei maestri della famiglia Grue; il museo conserva diversi esemplari attribuibili a Carlo Antonio Grue, capostipite della famiglia, tra cui un piattello raffigurante Bacco e quattro grandi vasi con coperchio.
Vi è inoltre un gruppo di maioliche settecentesche che comprende vasellame prodotto in fabbriche liguri, napoletane, siciliane, pesaresi nonché una rara zuppiera con coperchio eseguita dalla Real Fabbrica di Caserta. Va infine segnalata la presenza di alcune maioliche straniere, in prevalenza francesi e olandesi, di eccellente qualità come il bel calamaio di Delft decorato a chinoiserie, databile nei decenni a cavallo tra Sei e Settecento.

 

Vetri
Costituito da circa duecento pezzi, il nucleo dei vetri della collezione Placido de Sangro è fra quello di maggior rilievo fra i materiali non ceramici e comprende vetri veneziani e façon de Venice, un piccolo gruppo di cristalli boemi e inglesi ed alcuni vetri dipinti ed églomisés.
La raccolta è rappresentativa delle tappe più importanti di svolgimento ed evoluzione del vetro muranese, tra i quali il vaso con piede a decorazioni foliate in smalto, databile alla fine del XV secolo e la coppa costolata dalle eleganti decorazioni puntinate in smalto ed oro, databile al primo quarto del Cinquecento. La perizia tecnica degli artigiani muranesi, capaci di ottenere forme sempre più complesse grazie all’ausilio di stampi entro cui realizzare il soffiaggio, è documentata dai calici con coperchio, arricchiti da mascheroni.
Nel Seicento si affermarono in tutta Europa centri fiorenti di lavorazione del vetro, grazie agli intensi cicli migratori degli artigiani muranesi; nonostante ciò l’arte vetraria di Murano continuò a rinnovarsi abbandonando le forme rinascimentali in favore di una crescente esuberanza ornamentale già barocca testimoniata dalla piccola ampolla a reticello e a “retorti” e più tardi, nel Settecento dalla larga produzione di vetri lattimi, opalini, o vetri colorati imitanti le pietre dure, come il bel boccaletto con coperchio in vetro calcedonio o la tazzina con piattino a trembleuse.
La raccolta è completata da una serie si pezzi realizzati à la façon de Venice, che attestano la fortuna del vetro muranese: tra questi il calice catalano a forma di tulipano e la bottiglia dal corpo schiacciato, con fili in vetro lattimo. Va infine ricordato un piccolo nucleo di vetri dipinti o églomisés, piccole lastre decorate mediante l’applicazione sul retro di foglie d’oro e di colori a freddo, fra cui la Adorazione dei pastori riconducibile alla bottega lombarda dei Decio, databile tra il 1530 e il 1535.

 

Smalti e Avori
Gli avori romanici e gotici costituiscono, con gli smalti limosini, il nucleo principale degli manufatti medievali conservati al museo. La piccola raccolta spazia dagli avori bizantini del X secolo a quelli mosani dell’inizio del 1100, a quelli di epoca gotica, realizzati tra Parigi, il nord della Francia, la Spagna e l’Inghilterra, per arrivare poi a quelli italiani della scuola di Baldassarre degli Embriachi. Si tratta sia di oggetti di culto di piccole dimensioni: dittici, trittici e tabernacoli di uso votivo; che di preziosi accessori: astucci di specchio, pettini, corredi da toletta, table à écrire che segnano il passo all’evoluzione del gusto e dei costumi.
Di cultura romanica è il reliquiario in avorio di tricheco con Crocifissione e figure di Santi, prodotto nella Valle della Mosa all’inizio del XIII secolo, che segue nell’iconografia un prototipo più volte utilizzato in quell’area geografica. Fra gli avori gotici spicca per importanza la piccola edicola bifronte con Madonna con Bambino e la Crocifissione, partecipe della cultura sviluppatasi nell’Ile de France dal primo decennio del XIII secolo; mentre il Pettine con scene di vita cortese, di manifattura lombarda o veneta della metà del Quattrocento, mostra un’adesione alla cultura tardo-gotica tra Cristoforo Moretti e gli Zavattari. Sono presenti nella raccolta anche alcuni avori barocchi tra i quali il San Sebastiano, vicino alla cultura andalusa espressa nella prima metà del Seicento nelle opere di Alonso Cano ed ancora di un Boccale e un Calice tedeschi, intagliati e lavorati al tornio, testimoni della fortuna che ebbero i manufatti in avorio nel Settecento tra le corti di Baviera e di Dresda.
Il nucleo degli smalti di Limoges comprende sia smalti champlevés su rame, due e trecenteschi, che smalti dipinti per lo più cinquecenteschi. Tra i primi si collocano la cassetta-reliquiario di Santa Valeria e la frammentaria coperta di evangelario con Crocifissione. Il museo conserva anche una bella collezione di circa trenta smalti dipinti su rame tra i quali si distingue per importanza e qualità la placca con Crocifissione attribuita al Maestro del trittico d’Orléans, probabilmente parte di un trittico. Databile verso il 1510 la piccola Natività, montata in ebano e argento, riconducibile alla bottega del Maestro del trittico di Luigi XII. Testimoni della fortuna della nuova tecnica dello smalto a grisaille sono le tre paci con il Compianto sul Cristo morto, l’Annunciazione e la Crocifissione di Pierre Reymond databili al sesto decennio del Cinquecento.

 

continua:  Primo Piano – le porcellane europee e la raccolta Sbriziolo-De Felice

 



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Ultimo aggiornamento

4 Giugno 2021, 15:55